Nuestra Señora de La Paz è proprio così.

La Paz è una dannata bolgia dantesca. Immaginatevi l’inferno così come ci hanno insegnato a pensarlo: ripido, affollato, brulicante di miseria.

Nuestra Señora de La Paz è proprio così.

Catene montuose alte e imponenti la torreggiano innevate. Giù in città le strade si intersecano caotiche tra i grandi palazzoni di cemento, e non c’è un crocicchio in cui non si venda, non si urli, non si implori, non si sorrida timidamente, non si viva.

Un enorme, caotica conca di cemento. Un unico, grande mercato a cielo aperto.

Nuestra Señora de La Paz è proprio così.  Magnifica.

L’ARRIVO, IN PRIMA PERSONA

Metto piede nella terminal de los autobuses di primo mattino, dopo un viaggio notturno gelido, scomodo e infinito come solo i viaggi notturni in Bolivia sanno essere (9h, 30bolivianos, più o meno 4 euro). La Bolivia già odora dei miei capelli senza shampoo, che troppa è la paura di prendersi un colpo quando il gelo sferza la faccia.  Vengo da Potosì, e penso di essermi già abituato all’altura – il grande nemico del turista fra le Ande – dopo un paio di giorni in cui ho avvertito solo qualche lieve affanno respiratorio.

Arrivo, e la bolgia si apre davanti ai miei occhi all’alba, il sole che ancora finisce di strisciare lento sulle facciate dei palazzoni. Sono affascinato, spaesato, rincoglionito per il viaggio. Eppure decido di sfidare la sorte.

Un grave errore, quello di sottovalutare l’altura. Me ne accorgo quando – lasciato lo zaino in ostello – mi infilo immediatamente in uno delle decine di migliaia di minuscoli taxi-van che sfrecciano per le vie della città. Mi sto recando al mercato di El Alto, 4150m sul livello del mare. Siamo in dieci, grasse e colorate mamacitas boliviane incluse. Salgono per vendere i loro prodotti al mercato.

El Alto è un’altra città rispetto a La Paz, un altro milione di anime arroccate ancora più in alto, ma da sempre legato al destino dell’ex capitale della Bolivia. Si estende per accumulo sul secco e impietoso altopiano che domina la città, sulla strada per il Titicaca, e ogni fine settimana ospita il mercato più assurdo del mondo.

Musica andina fatta di flauti e percussioni pompa nelle casse del furgoncino. Sono in città da meno di due ore, e già ho comprato un piccolo feto di lama come portafortuna.

AGGIRARSI – ANIMA PERSA – PER IL MERCATO DI EL ALTO
Ecco che l’altura colpisce. Emicrania, senso di spaesamento, labirintite. Arrivo, pago pochi centesimi e mi aggiro come un’anima persa per il crinale della montagna che ospita il mercato. Da un lato, l’agglomerato urbano. Dall’altro, l’autostrada e il pendio che scendono ripidi fino a La Paz. Tutto intorno, cielo azzurro e neve.

Sfioro l’incidente diplomatico mentre scavalco corpi buttati dovunque che vendono qualsiasi cosa e rovescio un poco della mia zuppa di chairo (patata disidratata, patata dolce, carne di agnello, fagiolini e legumi, 2bs, 0,20€) addosso a un vecchio vestito con un lungo pastrano marrone consunto dal tempo.
Per fortuna, nonostante io parli spagnolo, non comunichiamo nella stessa lingua. Tutt’intorno, in uno dei luoghi abitati più alti della terra, si frigge il pesce – la trota è sublime, quassù. Assurdo.

Fare due passi è come correre una maratona. Al mercato si può trovare di tutto, dalle marmitte arrugginite ai cappotti da aviatore. Il costo è lo stesso: pochi euro. E’ il vero mercato dei veri boliviani. Me ne accorgo quando per sbaglio mi infilo in un anfiteatro dove dei clown stanno facendo uno show e gli occhi di centinaia di persone si voltano all’unisono verso l’unico bianco là in mezzo. Mi invitano sul palco, a ridere con loro. Sono rosso di imbarazzo e labirintite.

Lì fuori, vicino alla statua di Che Guevara, c’è un matrimonio. La gente balla in cerchio in costume tradizionale, beve birra, sputa per terra e suona, amabile. Mi invitano a ballare con loro. Arrossisco di nuovo, di gratitudine.  Appena mi stanco, mi siedo a osservare la città – tutta, in un solo colpo d’occhio – dall’alto delle sue montagne. L’aria fresca quasi perfora i polmoni.

LA PARTE BASSA DELLA CONCA

Scendo in città, e da piazza San Francisco e dalla sua splendida chiesa (barocco coloniale, fondata nel XVI secolo e ricostruita nel 1784) mi incammino verso Piazza Murillo, dove hanno ancora sede gli edifici governativi. E’ sempre mercato. E’ possibile comprare maglioni di pura alpaca, costosissima alle nostre latitudine, per 30-40 euro. Tutto costa assolutamente pochi spiccioli. Il senso di labirintite aumenta.

Qualcuno getta dalla finestra una secchiata di quello che credo essere sputo e urina, qualcun altro urla di ricambio, qualcun altro mi offre un succo di frutta fresca.

Mi siedo al bar dell’Hostal Torino (calle Socabaya 457, proprio accanto a Plaza Murillo) dove assaggio una salteña (empanada locale, squisita) con brodaglia nera (caffè), pensando che ancora la vendetta di Montezuma non ha colpito. Sono fortunato.

Accanto al patio coloniale dell’hotel, un po’ come dovunque, offrono tour per il lago Titicaca, il salar de Uyuni o per la cosiddetta via della morte, 80 km di scarpata da percorrere in bici sfilando le croci delle persone che non hanno preso bene le misure e sono precipitate di sotto.

Decido invece di spendere i miei soldi in cibo e vestiti di lana e mi avvio verso il mercato delle streghe (de las brujas) sempre barcollando, sempre in estasi per la tanta energia vitale che mi circonda e cerca di vendermi rimedi alle erbe per il mal di altura.

Penso all’articolo che dovrò scrivere e decido che non ha senso consigliare un ristorante dove cenare. Bisogna provare i piattoni popolari di zuppa, riso e trota fritta per qualche centesimo, bisogna condividere lo schivo e dignitoso silenzio di questo popolo abituato a sfidare la natura da millenni.

Alla sera, fedele alla linea, ceno in un comedor popular vicino alla scintillante Avenida 16 de Julio per 5 bolivianos. Senza insegne, un vecchio muto frigge pollo appena fuori dal locale. E’ l’unico modo per capire che si tratta di una bettola. Il menu prevede pollo piccolo, pollo grande e alternativa misteriosa.

Scelgo il pollo grande. Altrove, nei ristoranti per turisti – buonissimi, ma con prezzi occidentali – è possibile provare ‘in ambiente protetto’ il queso humacha o la picana de navidad natalizia, anche fuori stagione (carne d’agnello, vacca e gallina, verdure, patate, mais condite con alloro, pepe e vino rosso).

Nel comedor in cui sono finito, invece, alla cameriera cade un’aletta di pollo per terra. Sorrido, e le faccio cenno che no, non può rimetterla nel piatto. Lei, astuta, la poggia accanto al vecchio muto che frigge. Il vecchio la prende e con un gioco di prestigio, lontano dagli occhi di tutti, la rimette nel piatto di un altro cliente.

Sorrido di tenerezza, di nuovo.

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Filed under Diarios Latinos, Fotogiornalismo

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