“… as good evening sounds too depressing”

E’ stato l’attore della mia infanzia.

Avrò rivisto Jumanji dieci volte – mai abbastanza – e Hook – Capitan Uncino un numero forse ancora maggiore. Mi commuovevo in silenzio, sempre, perchè da piccolo mi vergognavo di piangere di fronte ai miei genitori, e trattenevo le lacrime.

Bastava già mio padre con quegli occhi lucidi sistematici, prevedibili, anche nel vedere Die Hard – Trappola di Cristallo.  

Mi ricordo arrivare ormai adolescente a casa dei miei zii – quelli con i primi televisori giganti, dolby surround, schermo che tende al piatto  – e notare quella VHS (una “cassetta”) di Jumanji posata sul mobiletto della TV. Chiesi se potevo vederla anche se mi consideravo già grande, e avevo ovviamente smesso da un pezzo di rivedere i film di quando ero piccino. Adolescente com’ero, mi sedetti e passai un pomeriggio a guardare quel ‘film per bambini’ – uno dei miei preferiti – forse per l’ultima volta.

Sull’onda emozionale dei telegiornali, questa sera ho deciso di vedere uno dei suoi capolavori che mi ero fin qui perso, Good Morning Vietnam. 

L’ho rivisto in inglese, con accanto mio padre. Durante questa scena – per lui assolutamente incomprensibile – rideva di gusto, felice, con gli occhi un po’ gonfi ma senza darlo a vedere.

Rideva senza neanche sapere il contenuto di quei dialoghi. Non importava: sono bastati la sua mimica, il suo tono di voce, le sue imitazioni a braccio, la sua espressione.

Accanto a mio padre, sono tornato a commuovermi.
Tutto d’un tratto, in quel momento, sono tornato il bambino di un tempo – pure io con gli occhi lucidi, ma senza più nasconderli, finalmente.

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