Un diagramma dei media, oggi.

La storia? Nessuna storia. Solo una esilarante galleria fotografica dei visitatori di una casa infestata ad un parco giochi in Canada.

Una roba dal potenziale virale altissimo.

Come sostiene un mio collega:

Siamo lieti di presentarvi, in esclusiva, la complessa mappa dell’arco vitale di una storia, e di come questa finisca sugli schermi dei nostri smartphone.
Ovverosia: i media, oggi.

Reddit > Buzzfeed Guardian or other respected news site > everyone else

Controllate le cronologie di ogni singola storia, per capire di cosa parlo.

Se vogliamo aggiungere un elemento di complessità ulteriore, possiamo rappresentarla così:

Us > Social media > Reddit > Buzzfeed > Respected Media > Everyone else
 
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Grazie Robin per la perla.

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Innovazione e partecipazione in scala iperlocale: la lezione inglese.

Avevo già parlato in passato del buon stato del giornalismo iperlocale – almeno nel Regno Unito.

Riferendosi al contesto britannico, una ricerca della fondazione NESTA (National Endowment for Science, Technology and the Arts) aveva infatti evidenziato come  il consumo di informazione iperlocale fosse cresciuto in maniera esponenziale,  sistematica e capillare soprattutto grazie alla diffusione degli smartphones.

Rieccoci dunque a parlare di NESTA. La charity inglese si occupa, tra le altre cose, anche di finanziare alcuni progetti (10) di comunicazione in scala minuscola: questi vengono monitorati, e periodicamente valutati sulla base di parametri che analizzino l’efficacia dell’investimento economico operato in relazione agli obiettivi dichiarati in sede di presentazione del progetto (in collaborazione con il Welsh Government e Creative Scotland).

NESTA destination local

Il programma di sostegno dell’informazione iperlocale – al fine di creare dei case studies da analizzare per trarre delle conclusioni empiriche - si chiama Destination Local.

A pochi mesi dall’assegnazione dei fondi e dal lancio dei progetti , NESTA traccia il primo bilancio, comunicando come stanno andando le cose agli assegnatari dei fondi  - fino a £50,000 per progetto (vengono esaminati i dati dei primi mesi di esperimento, dal febbraio al maggio 2013).

Le conclusioni sono interessanti, anche in chiave italiana: 

- Iperlocale, innanzitutto, è definita un’offerta di notizie che serve una singolo paese, codice postale o comunità geografica e culturale riconoscibile e delimitata;

- I media iperlocali tendono a operare in un contesto per il quale esistono significativi vuoti o lacune a livello di analisi del mercato. Questo è per lo più frammentato, rendendo difficile la raccolta di dati sulla scala e la natura della domanda (e del consumo di notizie) o contenuto iperlocale;

- Ciascuno dei progetti finanziati sfrutta le tecnologie mobile-friendly per la distribuzione dei propri servizi informativi, come contenuto e pubblicità geo-localizzati  (geotagging).

Screen Shot1

Alcuni dei progetti hanno sviluppato applicazioni mobile native, mentre altri hanno optato per un più mobile friendly HTML5 e combinano la possibilità di localizzare geograficamente il telefono, assieme a foto e video camera, per offrire agli utenti una esperienza definita come augmented reality, realtà arricchita.

NESTA hyperlocal media

 

POST GEOLOCALIZZATI SU FACEBOOK ATTRAGGONO AUDIENCE MAGGIORE

A tale proposito, una ricerca NiemanLab mostra come l’oscura feature offerta da Facebook per la geolocalizzazione dei contenuti possa generare più traffico su uno specifico argomento rilevante per una specifica comunità di individui.

In pratica è possibile scrivere un aggiornamento di stato inerente alla città di Milano (o Boston, come nell’esempio offerto da NiemanLab) di modo che solo utenti che si connettano da Milano (o Boston) e dintorni possano visualizzarlo. Tecnicamente è molto semplice: basta selezionare l’opzione segnalata con l’apposita iconcina di determinazione geografica  Screen Shot 2013-10-03 at 16.36.27 prima della pubblicazione di un post sulla propria pagina Facebook.

Per monitorare l’engagement dei lettori sulle storie condivise su Facebook a seconda della geolocalizzazione, il team di NPR di cui si parla nell’articolo ha utilizzato Facebook Insights, andando a scoprire se il numero di likes, condivisioni o commenti differisse qualora la storia andasse a toccare interessi geografici specifici o nazionali.

Ovviamente, postando una storia visible solo ad un numero minore di utenti, il numero di likes, condivisioni e comment era alto ma non comparable con il volume registrato per store di carattere nazionale. Utilizzando i dati ottenuti da Facebook Insight, tuttavia, si è scoperto che l’engagement del lettore era sensibilmente più alto: in percentuale, un numero maggiore di persone rispetto al totale hanno condiviso, commentato o espresso un giudizio sulla storia postata.

Un coinvolgimento digitale sei volte maggiore, per essere esatti. 

As is clear for these specific stories, the local post outperformed the global post in relative engagement across likes, shares and comments. After noticing this same trend for other individual posts, we wanted to know if this was the case more generally across local posts, so we rounded up the full body of posts and did the math. We found that during the first four months of this experiment, the average engagement rate across all geofocused post was six times higher than all global posts.

Tornando alla ricerca da cui eravamo partiti, alcuni dei servizi che hanno ottenuto i fondi NESTA riescono ad  generare grandi quantità di traffico rispetto alla popolazione dell’area interessata, soprattutto grazie all’utilizzo dei social media. Tutti coloro capaci di offrire feeds multimediali ricchi in contenuti video hanno attratto l’utente per un arco di tempo maggiore – in aggiunta, sono premiati dagli utenti quando in grado di offrire grandi quantità di contenuto in maniera costante (più elementi, quotidianamente).

Da qui si evince l’importanza di essere in grado di produrre flussi di contenuto multimediale (testo, audio, video, social… un liveblog, insomma) con naturalezza, proprietà di linguaggio e regolarità. L’occasione che diventa norma.

mobile first hyperlocal

SOLDI SOLDI SOLDI SOLDI SOLDI … MONETINE! 

Al momento di pubblicazione dello studio, nessuno dei prototipi presi in esame è stato in grado di trarre profitto in maniera significativa. Il modello di business per cui si è optato, in tutti i casi, è stato quello della pubblicità, ma vendere online ads non  certo facile. Alcune ricerche NESTA effettuate in passato hanno mostrato come piccoli business locali abbiano poco o scarso interesse nell’investire in pubblicità su siti iperlocali. Al contrario, la carta sembra ancora attirare di più dell’online (due progetti, Kentishtowner and Hebe’s the City Talking, hanno effettivamente lanciato la propria edizione cartacea).

Molta è stata la sperimentazione intorno a pagamenti contact less, via codici QR, voucher promozionali esclusivi offerti via telefonino al check-in in un piccolo negozio etc.

While the integration of location–based or hyperlocal advertising and the point of sale remains nascent for many small businesses, there may be exciting opportunities for hyperlocal content providers to get involved and this may provide an additional way of promoting hyperlocal services to audiences.

La produzione e l’approvvigionamento di contenuto è sempre la più grossa voce nel capitolo spese, mentre la componente tecnologica ha un impatto economico sensibilmente minore. L’uso di framework di lavoro e tecnologie open source (FOSS), oramai estremamente efficaci, affidabili e dal carattere collaborativo (PhoneGap, MIT App Inventor, Linux, Apache, MySQL, LAMP, Django, Ngix) aiuta a ridurre sensibilmente i costi di sviluppo senza nulla togliere alla qualità. Una scelta che “fa decisamente più figo”, aggiungerei.

Un sito internet iperlocale gestito su base volontaria può costare anche £100 all’anno, mentre per una cosa un po’ più professionale ci si aggira su una cifra che va dai  £30,000  fino anche ai £100,000 all’anno, a seconda degli impiegati assunti (“we believe that it is possible to run a video–rich hyperlocal news service for around a minimum of £30,000 a year“).

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Il mondo della notizia iperlocale è ancora un settore fragile, in cui c’è molta poca disponibilità da parte degli utenti a pagare direttamente per le notizie ricevute (“Only one project (Papur Dre) is seeking to monetise their online service through a subscription model”), e in cui non si è ancora sviluppato un modello di business sostenibile, ma i margini di miglioramento ci sono e fanno ben sperare.

I media iperlocali dovrebbero cercare partnership commerciali ed editoriali con media regionali e nazionali e, allo stesso tempo, cercare di associarsi le une con le altre per rinforzare la propria forza e posizione nel mercato.

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UN GIORNALISTA MULTI-SKILL 

Alcuni progetti hanno sperimentato fonti alternative di reddito – alternative alla pubblicità, intendo – come contenuto sponsorizzato, notifiche a pagamento, listings in vendita o pubblicità video. Se da un lato l’assunzione di personale qualificato nel settore vendite può aiutare la crescita dei profitti pubblicitari, liberando preziose risorse da dedicare alla parte editoriale, richiede un costo sensibilmente maggiore. Puntare piuttosto su un giornalista che conosca bene l’area in cui si muove e sappia come coprire il costo della propria attività sembra invece essere la scelta vincente. 

L’ IMPORTANZA DI CONOSCERE BENE IL PROPRIO SEGMENTO DI PUBBLICO 

Un progetto, chiamato Our Town, ha optato per lo sviluppo di un sito responsive in HTML5  invece che di una vera e propria app perché una ricerca di mercato effettuate previamente ha mostrato come nonostante la penetrazione di smartphones nell’area fosse un fatto assodato, l’adozione di piano tariffari fissi per il traffico dati fosse ancora sotto la soglia auspicata, cosicché la scelta è caduta su una soluzione che potesse funzionare contemporaneamente su computer fissi, smartphones e tablets.

Il dibattito fra coloro che preferiscono HTML5 e apps native non è confinato solo al mondo locale e iperlocale: il Financial Times è passato dall’avere una app a HTML5 nel 2011. Il responsabile della produzione digitale a FT.com ha dichiarato, in merito:

“I challenge anyone to tell the difference between our HTML5 app and a native app. There is no drawback to working in HTML5, and there are lots of advantages.”

MISURARE IL SUCCESSO DI HYPERLOCAL MEDIA

  • Percezione del servizio come di pubblica utilità (soprattutto per no-profit e media con supporto statale);
  • Volume di contenuti prodotti – molti dei progetti riportano la pubblicazione multiformato di oltre 1,000 storie al mese, inclusi quei tipi di contenuti commissionati ad hoc. Alcuni di questi hanno scelto di non mettersi in competizione con i siti di notizie già preesistenti, ma di specializzarsi in una sola tipologia di offerta;
  • Community Engagement – specialmente con altre organizzazioni (anche mediatiche) già attive nella comunità di riferimento. Sviluppando questo tipo di partnership, i progetti coinvolti nello studio sono stati in grado di mettersi in contatto con piccoli business locali al fine di monetizzare gli sforzi editoriali. In questo caso, il rapporto off-line, faccia a faccia, svolge un ruolo ancora fondamentale (si veda l’esempio del #141tour di VareseNews, in cui il giornalista torna in strada in ascolto del territorio grazie alle moderne tecnologie di pubblicazione real-time).

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They believe this combined online and offline activity secured a better financial settlement

L’impegno quasi filantropico e comunitario di questi progetti sul territorio crea un circolo vizioso, permettendo ai lettori di entrare in connessione con i politici della propria contea/area geografica; ai giovani (e adulti) di avere opportunità di formazione su nuove tecniche e strumenti altrimenti inaccessibili (in cambio della produzione attiva di contenuto per il progetto) e alle autorità di comunicare con elettori e cittadini attraverso canali non certo convenzionali, ma ad alto tasso di engagement.

I media iperlocali, in Inghilterra come in Italia, si trovano davanti alle grandi sfide della monetizzazione dei servizi digitali offerti e alla parallela acquisizione e ritenzione di una comunità (anche nuova) di utenti. Il modello pubblicitario non funziona neanche a livello locale e iperlocal, e deve essere sostituito da una più flessibile strategia di business che operi di concerto con l’azione editoriale. NESTA raccomanda pertanto l’attivazione di partnership strategiche orizzontali, fra i piccoli pesci che nuotano nel vasto oceano dell’informazione locale, ma anche verticale, con operatori del mercato regionale e nazionale.

The Destination Local projects demonstrate the potential for hyperlocal organisations with shared values to work together for mutual benefit. For example, Greener Leith and the Broughton Spurtle’s partnership has allowed them to save on the cost of developing two separate apps from scratch from their neighbouring area.

The advantage to traditional local media in partnering with existing hyperlocal providers is the ability to leverage their established connections in the community, in addition to potential cost savings. Such partnerships must be mutually beneficial in order for them to be sustainable.

Flessibilità editoriale, tecnologica e a livello di marketing, unita a una maggiore collaborazione multi-piattaforma (fra apps, siti, database, servizi di geolocalizzazione etc.): queste le cose di tenere a mente. Due pilastri su cui riformare il castello dell’informazione iperlocale che non possono prescindere dall’ascolto del territorio e lo scambio costante con le associazioni di categoria locali. 

Una lezione forse scontata, ma vale la pena sentirsela ripetere, e sapere che i problemi che affliggono i media locali (e non) sono cross-border, valicano i confini, e così pure le possibili soluzioni.

** Le ascolteremo dalla viva voce di Jon Kingsbury, direttore del progetto NESTA Creative Economy Innovation Partecipation, al prossimo Festival Glocal13 di Varese, il 15 Novembre alle 14,30 **

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Infine, come bonus track, questa infografica condivisa dal team di Spundge sui tipi di contenuto locale che attraggono più engagement:

 

 

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Cosa è successo oggi, spiegato ad una canadese.

La mia capa canadese, un po’ perplessa, mi ha chiesto cosa diavolo è successo in senato, oggi. Le ho risposto così.

Basically Berlusconi threatened to bring down the government, the PM saw his bluff, he called for a vote of no-confidence, Berlusconi folded. In the meantime, all markets panicked and we lost billions.

Just another ordinary day in Italian politics.

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Qualsiasi cosa vibri sul tuo iPhone, ha meno valore del contatto visivo con la persona che ti parla

Ho appena comprato questo libro:

 

A partire da link sul filosofo e sociologo Zygmunt Bauman segnalatomi dalla sempre ottima Virginia Fiume:

Douglas Rushkoff, l’autore del libro, riflette – a quanto pare in maniera molto approfondita – sugli effetti collaterali per il mio cervello della costante immersione nel flusso #real-time degli eventi:

“a diminishment of everything that isn’t happening right now — and the onslaught of everything that supposedly is.”
“how we have lost our capacity to absorb traditional narrative, [and] what we have used to replace it.”

Mi ha molto colpito il termine digiphrenia, ovvero quello sdoppiamento di personalità dato dalla duplicazione dei tempi e degli spazi in cui viviamo la nostra vita (reale e digitale),  una sensazione simile allo stress post-traumatico di alcuni reduci di guerra, “as they attempt to live in two worlds – home and battlefield – simultaneously.”

Vi saprò dire come lo trovo.

A breve, spero, se l’attention span non mi tradisce.

“Whatever is vibrating on the iPhone just isn’t as valuable as the eye contact you are making right now.”

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Un corto di 17 minuti girato interamente sul desktop di un adolescente

Un piccolo gioiello, Noah, il corto che ha debuttato al Toronto International Film Festival: parla di multitasking e rapporti virtuali, solitudini digitali e attention span ridotti.

Creato dagli studenti di cinema canadesi  Walter Woodman e Patrick Cederberg,
Grazie a Michael De Monte per la segnalazione.

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L’altra faccia dei media Spagna: Neupic, newswire fotografico #realtime

Uno degli incontri giornalisticamente (e umanamente) più interessanti di questa mia piccola gira spagnola è sicuramente l’agenzia fotografica di citizen journalism Neupic, conosciuta oggi a Madrid.

Seguendo un po’ le orme di Demotix, creatura inglese del poliglotta visionario Turi Munthe, due fratelli madrileni – Bosco e Alfonso Ussía - e alcuni collaboratori hanno messo assieme una piattaforma che permette a oltre un migliaio di fotografi freelance di tutto il mondo di caricare le proprie fotografie e venderle ai media interessati in tempo reale.

Gli sviluppatori hanno creato una app estremamente facile da utilizzare: il fotografo carica la foto, i media che hanno accesso alla piattaforma possono vedere in tempo reale quali foto vengono caricate, relativamente a quale argomento, da quale parte del mondo, in quale momento… e ovviamente comprarle ‘al volo’. Tutto normale finora, se per normale intendiamo una tecnologia che mette al centro semplicità di utilizzo, rapidità di esecuzione e design.
Cosa mi ha impressionato di Neupic?

- La velocità (#realtime) La feria di San Fermin, a Pamplona, é stato il primo grande test per la neonata start-up di foto-giornalismo. Un test duro, in un luogo dove già sgomitavano i fotografi delle principali agenzie del mondo (EFE, Reuters, AP etc.), inzuppati di vino. Un sacco di competizione, la folla e la difficoltà di essere ancora sobri di prima mattina. L’encierro, poi, è una questione di pochi minuti. Quest’anno, nello specifico, si è verificato dalle 8 della mattina alle 8,04. Battere sul tempo la concorrenza, quasi impossibile. “Alle 8,05, El Mundo, uno dei nostri clienti, già pubblicava  le prime foto in esclusiva a tutta pagina, sulla home,” ha spiegato Bosco Ussía. “Erano foto Neupic. Gli altri fotografi sono arrivati almeno mezz’ora dopo.” “Alcuni sono andati a fare colazione, prima di inviare il materiale,” scherza il fratello. ”Da quel momento in poi, i fotografi di agenzie più rinomate hanno iniziato a interessarsi a noi…” fino al contratto di collaborazione con EFE, il principale provider del mercato spagnolo.

La formula on-demandI media che collaborano con Neupic hanno la possibilità di richiedere reportage o materiale a seconda dell’esigenza, con un semplice bottoncino dell’app. Lo staff di Neupic, altrettanto semplicemente, invia una richiesta a tutti i freelance sul campo per vedere chi fra questi è in grado di provvedere. “La redazione vuole fare un reportage sulla situazione dei cristiani in Siria? Nessun problema. In pochi minuti i freelance sono avvertiti.”

Il pagamento. Avviene secondo una formula 50-50%, il giorno successivo. Alcuni servizi simili pagano solamente quando ricevono il denaro dai media (a 60-90 o addirittura 180 giorni, a volte). Neupic, a detta dei fondatori, paga immediatamente.

La sicurezza nei propri mezzi. Mentre la crisi continua a falcidiare i media tradizionali in Spagna, Neupic esulta: “più tagliano professionalità internamente, più in futuro avranno bisogno di noi: start-ups in grado di fornire contenuto di qualità in tempo reale, oltre ad un accesso esclusivo a storie in tutto il mondo,” dice Alfonso Ussía. Non ho avuto nulla da obiettare.

L’apertura mentale. La disponibilità a collaborare con altre start-ups, come quella per la quale lavoro, per aprire nuovi canali, nuove vie di condivisione di materiale di qualità in tempo reale, nuovi mercati. O anche solo la disponibilità ad ascoltare, senza cellulari in mano, senza essere distratti da nulla.

Solo i curiosi sopravviveranno a questo gioco spietato chiamato “industria dell’informazione.” Meglio ancora se sapranno essere rapidi, genuini e professionali.

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Appunti su ebook e online publishing prima di #digitfi13

In attesa di parlare al #DigitFI13, queste alcune delle letture più interessanti effettuate tra treno, aereo e fermate del bus negli ultimi giorni. Grazie a tutti coloro che me le hanno segnalate.

L’argomento del panel è Libri da web, idee analogico-digitali per indirizzare viandanti distratti. Assieme ad altri ospiti ben più qualificati del sottoscritto, parlerò di libri digitali, e del mio Real-time Journalism, edito da Informant.

Dal blog di Virginia Fiume:

- l mercato dei libri digitali sembra godere di buona salute. Secondo le tendenze presentate a fine 2012 dall’Associazione Italiana Editori nel 2011 gli ebook costituivano lo 0,38% del mercato editoriale. Nel 2012 la percentuale è salita all’1%. E pare che il 3% dei lettori con un’età superiore ai 14 anni legga ebook.

- Digital Divide: Siamo il paese dove 25 milioni di persone tra coloro i quali usano un telefono cellulare hanno optato per uno smartphone nel 2012. Questo secondo dato porta con sè ottimismo.

** Ricordo tuttavia che l’Italia è famosa per avere più cellulari che abitanti: se l’acquisto di un cellulare (all’ultima moda) è sicuramente fatto di costume proprio del DNA nazionale, non è detto che tutti i possessori di smartphone abbiano la necessaria alfabetizzazione digitale per saperlo utilizzare.**

- Con piacere ho scoperto che a Milano, alla Biblioteca Centrale esiste la Media Library Online, con tanto di mailing list per notificare l’arrivo degli ultimi ebook.

 

Dal blog di Dario De Marco

- Quelli di SIC stanno progettando [...] un enhanced o enriched book: insomma un ebook aumentato, che ha – o meglio, può avere – link, video, musica, immagini eccetera, una sorta di percorso multimediale tridimensionale. È questa la nuova frontiera, a detta di molti. Arturo Robertazzi lo ha fatto, con il romanzo Zagreb, e adesso sta lavorando al passo successivo con il suo nuovo romanzo: dovrebbe esserci, se ho capito bene, da una parte il libro secco, e dall’altra una vera app per smartphone e tablet, con contenuti extra sia narrativi che informativi, sui luoghi reali dove si muovono i personaggi della fiction. Il passo ancora seguente potrebbe essere, forse, quello che abolisce questa sorta di doppio binario e costruisce una narrazione in cui le forme digitali arricchite non costituiscono contenuto speciale ma parte sostanziale della storia. Avanti, chi ha il coraggio?

 

Libri: 10 domande agli editori italiani
“Come ogni anno, il Salone del libro si porta dietro numeri piuttosto deprimenti sullo stato dell’editoria e dei libri: vi propongo una rilettura dei dati ISTAT (qui il .pdf con tutti i dati e le tabelle) lascio perdere i lamenti e, invece, mi prendo la briga di far 10 domande agli editori italiani”…

 

Da  Kit di sopravvivenza del lettore digitale Quintadicopertina SNC (CC)

Per leggere e commentare insieme c’è anche Bookliners – startup italiana che mette a disposizione dei suoi utenti un ambiente sociale – e Wattpad, che invece si concentra molto sulla scrittura. Col tempo Wattpad è diventato un luogo dove leggere e commentare i testi – prevalentemente narrativa – durante (e non necessariamente dopo) il processo di scrittura, ed è frequentato anche da scrittori di fama internazionale: non ultima, e piuttosto nota in Italia, Margaret Atwood-

Del resto internet ha sempre favorito la ricerca di forme e spazi adatti alla scrittura sociale, collettiva, collaborativa. Oltre a Wattpad voglio citare tre esperienze italiane interessanti: THe iNCIPIT – in cui sono i lettori a scegliere di volta in volta quale direzione far prendere alla storia; 20lin.es – in cui si scrive insieme, venti righe alla volta.

Selezione di biblioteche digitali che permettono l’accesso libero a opere di pubblico dominio

  • Progetto Manuzio dell’Associazione Liber Liber [http://www.liberliber.it/libri/index.php]
  • BibIt (Università di Roma “La Sapienza” e Ministero per i Beni e le Attività Culturali) [http://www.bibliotecaitaliana.it/]
  • Wikisource (è un progetto Wikipedia) [http://it.wikisource.org/]
  • Google libri [http://books.google.it/]
  • Internet Archive [http://archive.org/details/texts]
  • Selezione di piattaforme di libri autopubblicati
  • “Autopubblicazione”, Tropico del Libro [http://tropicodellibro.it/sezione/autopubblicazione/]

Open Access

Wiki dedicato alle tematiche Open Access [http://wiki.openarchives.it/]

Craig Mod, aprile 2010, Embracing the digital book, @craigmod 

Margaret Atwood, Wattpad 

Metodo SIC, Scrittura Industriale Collettiva

Biblioteca SIC, Scrittura Industriale Collettiva 

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Dieci nuove evoluzioni del giornalista (inesistenti fino a 10 anni fa)

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Sulle #scuoledigiornalismo

In merito al dibattito in corso sulle assunzioni RAI:

Chiarisco un poco meglio il mio pensiero, che Twitter mi sta davvero troppo stretto: sì alle #scuoledigiornalismo, no alle corsie preferenziali. Una scuola è per definizione un luogo di studio, conoscenza di nuove tecniche e aggiornamento (umano e) professionale: da lì escono capre e principesse, geni fottuti e persone mediocri. Come da tutte le scuole.

Sono stato fortunato. Ho fatto un master all’estero, in Inghilterra. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che hanno potuto e voluto investire nel mio futuro.

Ora giro molte redazioni italiane insegnando ai giornalisti come fare (parte) del proprio mestiere: utilizzare strumenti messi loro a disposizione dagli editor (parlando di fondi ‘innovazione e svuiluppo’) per fare giornalismo online multimediale, e farlo bene.

Mi è anche capitato di parlarne con delle classi di studenti e giornalisti ben più maturi di varie #scuoledigiornalismo, non solo italiane – non sono tesserato, mi va benissimo così.

Il mio master all’estero vale carta straccia nel nostro paese perchè non riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti al fine di ottenere un tesserino da giornalista professionista. Il quale, a sua volta, al giorno d’oggi ha il medesimo valore in Italia: carta straccia.

Insomma, tutto bene se la #scuoladigiornalismo si limitasse a creare professionalità, e basta: da qui in poi dovrebbe essere il mercato a selezionare i migliori in maniera estremamente darwiniana.

Un po’ meno, se chi parte da una #scuoladigiornalismo italiana deve dimostrare qualcosina in meno rispetto a tutti coloro che hanno scelto di andare a formarsi altrove.

Milano si sente discriminata rispetto a Perugia.

Gli italiani emigrati sorridono con amarezza. La fuga di cervelli continua.

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Il nuovo giornalismo sportivo: cambio di modello e disintermediazione.

Come scritto nel bellissimo articolo di Poynter citato nel liveblog (e qui traduco a braccio), “una delle più grandi sfide che i media si trovano ad affrontare oggi è quella di capire il perchè del successo passato, e replicarlo in nuove modalità. In generale, il giornalista (e il ‘giornale’ per cui lavora) si vedono come ambasciatori esclusivi della notizia, difensori della democrazia – cosa assolutamente vera, nei casi in cui rimane ancora un briciolo di etica dietro il lavoro quotidiano. 

Ma non è stata questa irreprensibile missione civica che li ha resi pilastri insostituibili delle comunità per decenni. Hanno avuto tale status privilegiato grazie al monopolio sulla stampa – in particolar modo, grazie al monopolio nella diffusione delle notizie con il giusto tempismo.

Nell’era pre-digitale, coloro che volevano fare sapere che c’era uno sconto sui divani al negozio dietro l’angolo, una buona offerta di alimentari, o la programmazione serale di un film, mettevano un’inserzione pubblicitaria in un quotidiano. Questa pubblicità finanziava il giornalismo, ma l’accordo tacito era quello di una reciproca cecità: i giornalisti si concentravano sui propri articoli e ignoravano la pubblicità, e viceversa.

Lo sport è sempre stato un caso a parte. Le squadre volevano che i giornalisti le coprissero, quotidianamente. Un altro patto tacito: i giornali garantivano l’accesso ai lettori, mentre le squadre sportive ricevevano in cambio pubblicità gratuita e potenziali clienti. Questo patto ha retto anche quando il giornalismo sportivo si è trovato a dar conto di casi di doping, cattive gestioni finanziarie, illeciti sportivi e truffe – tutte notizie che ovviamente squadre e atleti avrebbero preferito non essere rivelate.

Ma ora questo accordo è definitivamente compromesso. Tutti possono pubblicare qualsiasi cosa, e con tutti si intende proprio ‘tutti’. Le squadre, le leghe professionisti, organizzazioni, atleti, agenti e raccattapalle. Tutti coloro che una volta parlavano per bocca dei giornali, insomma. Il risultato è che le regole del gioco sono cambiate.

….

Continua a leggere qui: ieri ne abbiamo parlato con un mio collega di ScribbleLive, coinvolgendo il social media editor di Sky Sports UK e Thomas Klein, uno dei più importanti giornalisti ed educatori di nuovi media della ARD (la RAI tedesca). Ecco qui come è andata.

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