Mi faccio crescere i baffi per soldi

Proprio così. Per il terzo anno consecutivo per tutto il mese di novembre mi farò crescere i baffi per soldi. Perchè?

PER SOSTENERE UNA BUONA CAUSA
Un mese di totale repulsione sessuale – che si aggiunge a quella provocata all’altrui sesso nei 28 anni passati – è forse il prezzo da pagare per fare beneficienza? Forse no, ma sono troppo pigro e indolente per fare altro. Un’attività in cui l’unica fatica richiesta è la berlina pubblica ben si sposa con l’assenza di qualsivoglia senso del pudore che mi contraddistingue.
Quale buona causa? La sensibilizzazione e la raccolta fondi per la lotta ad alcune patologie come il cancro alla prostata e ai testicoli. 

movember lillo montalto monella

NON CAPISCO LA CONNESSIONE TRA IL BAFFO E LA PROSTATA
Nessuna connessione apparente. Ma fate attenzione.
Il baffo è simbolo ambivalente di virilità dileggiata ed anelata. I Mo Bros – i fratelli di baffo – sanno vivere una vita lieve, ironica e scanzonata; piegano gli accidenti dell’esistenza al loro volere con la stessa nonchalance con la quale si arricciano la punta del mustacchio; superiori alle contumelie, profeti di una mascolinità perduta e di un savoir-faire che vive ahimè solamente nei manuali di stile ottocenteschi, i Mo Bros si salutano con un lieve cenno d’intesa in metropolitana, e scambiano impercettibili segni di assenso alla perfezione della curata peluria che ne intarsia il viso.

Il baffo è apice nobile della mascolinità, il cui gambo portante è di facile intuizione, e che a sua volta ricava i suoi nutrienti essenziali dalla eccellentissima ghiandola prostatica.

Ebbene, a Movember, ogni fibra del corpo maschile è solidale, e quella stessa comunanza si ritrova tra fratelli di baffo, d’animo naturalmente nobile e altruista.

UN MASCHIO TORMENTATO E NOSTALGICO
“Il baffo del 21esimo secolo gioca con questa eredità conflittuale. E’ notoriamente ridicolo, quasi fosse un capo di vestiario distinto e semi-permanente, un sopracciglio alzato al mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, esprime un anelito verso l’autenticità, in ricordo di un tempo in cui gli uomini sapevano esattamente cosa era loro richiesto, e questa peluria naturale (come quella femminile) è riuscita a farsi strada senza l’ostacolo della convenzione sociale””Forse, quindi, il baffo esprime  — o forse addirittura risolve? — due istinti mascolini contrapposti. E’ al contempo leggero, come una piuma, e dannatamente onesto. Il maschio di Movember è tormentato dalla nostalgia per quei giorni in cui era sicuro del proprio posto nel mondo, e forse fatica a prendersi sul serio. Ma è sincero nella sua solidarietà con i suoi fratelli maschi, pronto a farsi vulnerabile, aperto a conversazioni emozionali. Pronto a imparare dalle sue sorelle femministe” (tratto da qui)

MI HAI CONVINTO. COME FUNZIONA, QUINDI?
Spiega bene Il Posts che per partecipare a Movember (dall’inglese, crasi tra “November” e “Moustache”) è necessaria per prima cosa radersi barba o baffi; “poi registrarsi e personalizzare la pagina di “Mo space”, postare una foto al giorno sulla propria pagina (per vedere l’evolversi della crescita dei baffi) e poi, a seguire, parlare della salute maschile, trovare altri sostenitori, sventolare la bandiera del Movember e diventare una specie di pubblicità ambulante per l’iniziativa. Sempre sul sito è possibile andare a vedere quali programmi saranno finanziati dai soldi raccolti”.Questa la mia pagina personale:  MOBRO.CO/lillo, da dove è possibile effettuare le donazioni.
Non c’è bisogno di aggiungere altro.  

Leave a Comment

Filed under Food for thought

“Rispondo alla sfida, e nomino stocazzo”

Per mia grande sciagura sono stato nominato su Facebook per enumerare i dieci libri che mi hanno cambiato la vita. Purtroppo, il mio amico Vincenzo mi ha battuto sul tempo nel nominare i seguenti:

1)Le origini storiche dell’Ice Bucked Challenge – Matteo Renzi
2) Le metamorfosi di Ovidio, Commentate – Flavia Vento
3)Vari bandi Leonardo e offerte di stage – European Commission, altri
4) Biscotto del Cucciolone, lato A – Algida (ma io l’ho sempre letto nelle edizioni ELDORADO. Bellissimo anche il seguito, lato B, che vale come 5)
6)The Quran, a different perspective – Laden, Osama bin
7) Etichetta del maglioncino di Zara per lavaggio a mano\secco\lavatrice\centrifuga – Zara SPA (tuttora grandi difficoltà a capirlo interamente)
8) E’ lui o non è lui – Ezio Greggio
9) Una storia italiana – Fabrizio Corona
10)La mia autobiografia non ufficiale

Quindi mi tocca fare il serio, e affrontare questa disfida con grave cipiglio. Ecco, pertanto, la mia personale classifica, in ordine sparso. Non solo libri, ma esperienze di parole che hanno contribuito a cambiarmi esistenza:

1) Valerio Massimo Manfredi – ALEXANDROS, LA TRILOGIA 

Non so come sia capitata nella mia cameretta, ma un giorno che forse andavo alle medie ho aperto il primo tomo un po’ scettico. E ho iniziato a sognare. Ha plagiato così tanto il mio immaginario che nei mesi successivi (o precedenti? chissà, i ricordi sono sempre così poco fedeli alla realtà delle cose), ho passato gran parte del mio tempo a disegnare soldatini romani, cartaginesi e greci in combattimento tra loro, rievocando in maniera autistica – su un foglio di carta – le battaglie che avevo immaginato immerso nella prosa turgida e magniloquente di Manfredi.

2) Fëdor Dostoevskij, DELITTO E CASTIGO

Divorato a bordo piscina in meno di un mese, in una fantastica estate di cui non mi ricordo nulla, ma proprio nulla se non le avventure di Rodion Romanovič Raskol’nikov.

3) Sergio Bonelli Editore – TEX WILLER / Tiziano Sclavi – DYLAN DOG

La mia tesi delle scuole superiori è stata incentrata sul rapporto tra il postmoderno in letteratura e Dylan Dog. Quindi ho scelto Bologna, anche perchè lì viveva e operava Umberto Eco: come il protagonista del suo La misteriosa fiamma della regina Loana, sogno un giorno di trasferirmi nelle Langhe, aprire un baule di vecchi ricordi e dimenticarmi del mondo in compagnia degli eroi della mia infanzia.

4) Gabriel Garcia Marquez – CENT’ANNI DI SOLITUDINE 

Proprio in questa versione, comprato in inglese e in Australia su consiglio di uno dei miei più grandi amici. Non è in questa classifica per gli indubbi meriti letterari, bensì per il ricordo ad esso legato: un ricordo fatto di terra straniera, amicizie, lunghi periodi di solitudine e bookcrossing in hotel sgangherati.

5) John Irving – THE WORLD ACCORDING TO GARP 

Me lo lanciò un irlandese sciancato in un pub scalcinato di Melbourne. Lo presi al volo, e me lo portai nel deserto.  Non l’ho più riletto, ma se ve lo consiglio, sappiate che sto cercando di portarvi a letto.

6) L’ESPRESSO, a Como, ad ogni risveglio

Perchè nulla ti cambia più della routine giornaliera. Ed essere abbonati in famiglia ad un giornale di sinistra da tutta una vita ha sicuramente influenzato la mia esistenza. In primis, Satira Preventiva di Michele Serra (che ritengo ad oggi il suo più alto prodotto letterario) e La Bustina di Minerva, le prime due rubriche che corro solitamente a divorarmi, assieme alla colazione.

e 7) Mario Vargas Llosa – LA CIUDAD Y LOS PERROS 

Non certo il libro più bello che abbia mai letto, ma la più grande fatica della mia vita: opera maestra in spagnolo, lingua a me nuova al tempo, mi ha fatto compagnia tra i monti dell’Apurimac, nel ‘suo’ Peru, e tra le tortuose strade boliviane. Innumerevoli le frasi di cui non ho capito nulla, impagabile la sensazione di essere arrivato in fondo.

8) Carlos Ruiz Zafón – LA SOMBRA DEL VIENTO 

Perchè in questi momenti, quando ho finito il libro…

photo

… ho pensato: ne è quasi valsa la pena rompersi la gamba per finire a Barcellona e farsi consigliare questo capolavoro. Poi mi hanno dato la morfina.

9) Philip Roth, PASTORALE AMERICANA 

La mia tesi di laurea specialistica, e l’unico libro che abbia mai letto più di una volta, probabilmente, visto che soffro di una particolare ansia enciclopedica che mi spinge a sacrificare il piacere della rilettura per l’affanno da scoperta.

“In ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati”. (grazie Virgi per avermi ricordato la bellezza)

10) Arthur Conan Doyle, SHERLOCK HOLMES, TUTTI I LIBRI. 

Di nuovo, l’infanzia. Peccato fermarsi a 10: il MICHELE STROGOFF di Jules Verne (assieme a tutti i suoi romanzi) seguiva a ruota.

Leave a Comment

Filed under E il naufragar m'è dolce in questo mare

Come il Risiko mi ha salvato la vita (-6)

Domenica pomeriggio, mentre andavo per i trent’anni, mi sono messo una camicia, una giacca elegante ed un papillon dai colori confetto, rosso e blu. Mi sono aggiustato le maniche, e mi sono diretto a casa del mio migliore amico per un importante Risiko di gala.

risiko di gala

Lì, ad aspettarmi, c’erano altri tre pinguini vestiti di tutto punto, con tanto di pochette di pizzo, farfallino, cravatta rossa e spillona sovietica. Per circa tre ore, siamo tornati a vivere in un un mondo fatto di carri armati e territori da conquistare al valente lancio di dadi. Abbiamo tracciato una linea: al di qua da essa stavamo noi, nel nostro orgoglio gessato; al di là da essa il resto del mondo.

In questo modo, vestiti di tutto punto, abbiamo reso omaggio alle nostre amicizie ma soprattutto ad un gioco che ha contribuito a salvarci la vita in tutti questi anni. Abbiamo rivendicato con orgoglio il nostro passato nerd, e ribadito che quello era il nostro presente e sarebbe sempre stato il nostro futuro.

Per anni, in quel periodo miliare per la formazione umana chiamato adolescenza, dadi di varie forme e colori sono stati le nostre iniezioni di endorfina quotidiane. Che andassimo alla conquista della Kamchatka, sconfiggessimo dei coboldi asserragliati in una caverna o simulassimo epiche battaglie con delle pistole giocattolo, abbiamo vissuto “in un mondo fittizio che esisteva solo nella immaginazione condivisa di tutti coloro che prendevano parte al gioco”. Un mondo irreale che ci ha dato gli strumenti per sopravvivere in quello tangibile.

Il titolo e il virgolettato di cui sopra ammiccano alle parole di Jon Michaud, autore di un articolo uscito sul New Yorker il mese scorso per il quarantennale di Dungeons and Dragons, pietra angolare di tutti i giochi di ruolo al cui altare abbiamo anche noi sacrificato, ovviamente, innumerevoli ore della nostra adolescenza.

Per qualche splendido anno ci siamo conservati puri, in totale controllo delle nostre sinapsi: di quei tempi, ci stendevamo sul ballatoio del nostro palazzo e passavamo ore ed ore a costruire mondi sconosciuti per i nostri Lego o incredibili campi di battaglia per gli omini Playmobil. E’ stato un periodo idillico durato fino almeno ai vent’anni, quando ancora tornavo a casa dall’università e mi facevo rapire da una partita di Trivial Pursuit o da una sfida a Monopoli all’ultima ipoteca.

Ho avuto il mio primo cellulare a diciassette anni, e solo perchè i miei genitori insistevano affinchè fossi rintracciabile mentre, con il motorino, mi facevo insultare ogni domenica nei campi di pallone di provincia come arbitro di calcio. Erano gli anni in cui connettersi ad internet era un piccolo, rumoroso evento giornaliero, e le enciclopedie esistevano in CD-ROM o addirittura in formato cartaceo.

Oggi, mentre giro con due cellulari in tasca (“girare” è ovviamente un eufemismo locomotorio inopportuno nella mia situazione, ma lo userò ciononostante prendendomi una piccola licenza poetica); mentre giro con due cellulari in tasca, dicevo, il multitasking mi frigge quotidianamente il cervello e violento il browser passando frenetico di scheda in scheda, di contenuto informativo in contenuto informativo, torno indietro a quei momenti con la consapevolezza che se non li avessi vissuti, non avrei avuto la necessaria robustezza  mentale per affrontare il bulimico presente.

Nella nostra adolescenza abbiamo allungato in maniera significativa quel fondamentale stato mentale attivo che è tipico dell’infanzia, quando i mondi sono tanti e ancora tutti da scoprire, o da creare. Per anni abbiamo continuato a dare forma a universi fantastici, siamo stati al contempo cantastorie e personaggi, abbiamo saputo immaginare complessi scenari geopolitici, ma soprattutto abbiamo saputo concentrarci sia sullo scenario d’insieme, sia sui suoi elementi particolari: nel farlo, abbiamo imparato a prevedere reazioni e contro-reazioni ad ogni nostra mossa, come in una partita di scacchi , dando di fatto origine a catene logiche di lunghezza potenziale infinita.

Nel farlo, il nostro cervello respirava e si irrobustiva.

Anni spesi ad inventare splendidi universi fittizi hanno inoltre re-indirizzato quelle “energie e miserie adolescenziali che altrimenti sarebbero stati rivolti ad usi ben più distruttivi.”

Nel lontano 2003, la nostra professoressa di filosofia del liceo, dopo averci scoperti a giocare a un gioco di ruolo in classe mentre lei faceva lezione, ci profetizzò una vita di miserie fermi in una Punto Uno bianca (era una Uno, cazzo! o al più una Citroën) al trivio di una metaforica tangenziale, incapaci di procedere oltre se non grazie alla miseranda propulsione della nostra energia onanistica.

Mentre domenica mi facevo annodare il papillon, pensavo a tutto questo: pensavo ai pomeriggi sul ballatoio di casa, ad amicizie senza tempo, al periodo più puro della mia esistenza, agli anatemi della mia professoressa di filosofia e a tanto altro. Pensavo a tutto questo, prima di tornare a rendere omaggio a quel rituale ludico della nostra adolescenza che ha contribuito a fare di noi gli uomini che siamo adesso.

Ma soprattutto, “quante gravidanze indesiderate abbiamo evitato perchè uno dei potenziali partner era troppo impegnato a cercare un tesoro in una cripta?”o ad invadere il Congo dall’Africa Meridionale?

1 Comment

Filed under Food for thought

-8: letture estive invalide

“In Vecchie carte da gioco Rosellina Balbi affronta la questione di cosa significhi essere di sinistra. E soprattutto quella che definisce «la tragedia dell’uguaglianza». Conclude l’articolo così, sotto il mio evidenziatore giallo ben calcato: «Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’ eguaglianza e il diritto all’ eguaglianza: la prima non esiste (per fortuna): ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà e vorrà. Altra cosa è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perchè la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli».

[…]

Però così avevo trovato all’improvviso la mia risposta semplice all’ossessione di mio padre per il comunismo. O meglio, la risposta a me stesso, per i dubbi che mio padre mi aveva messo nella testa […] Fino alla lettura di parole semplici e chiare che mi mettevano tranquillo per sempre.
Nella sostanza, quell’articolo di Rosellina Balbi mi venne in soccorso anche per il senso che aveva avuto la mia vita fino ad allora, e i pensieri che mi avevano attraversato. […] Un articolo oggettivamente trascurabile, uscito nella pagina culturale di un quotidiano in un giorno qualsiasi, ha avuto un’importanza decisiva per i miei pensieri. Mi ha, diciamo così, rasserenato. E’ come per le canzoni stupide, che finiscono per appartenerti per tutta la vita perchè le hai ascoltate in un momento particolare, e anche se le ascolti dopo tanti anni ti commuovi ancora, perchè ti riportano in modo preciso a quel momento. Allo stesso modo puoi leggerti Marx, Marcuse, Lenin, Luxemburg, e anche Dostoevskij, Balzac, però poi un giorno, data la fragilità teorica, le debolezze emotive o politiche, leggi un articolo, lo senti preciso e determina qualcosa in te.”

Tratto da Il desiderio di essere come TUTTI, di Francesco Piccolo.

Un viaggio di formazione individuale e collettiva nella storia (della sinistra) italiana che  – se permettete un paragone – mi par essere il corrispettivo letterario del viaggio personale e palermitano del Pif di La mafia uccide solo d’estate. Entrambi utilizzano un linguaggio narrativo scanzonato, ironico, leggero e a tratti profondissimo.

Leave a Comment

Filed under E il naufragar m'è dolce in questo mare, Food for thought

-9, citazione del giorno

“Non ti sentirai mai più del tutto a casa, perchè parte del tuo cuore sarà sempre altrove. Questo è il prezzo da pagare per quella ricchezza che consiste nel conoscere e amare persone diverse in più di un luogo”

“You will never be completely at home again, because part of your heart will always be elsewhere. That is the price you pay for the richness of loving and knowing people in more than one place”

, What it Feels Like to Leave London

Leave a Comment

Filed under Food for thought

-10

Fra dieci giorni torno bipede.

Mi toglieranno il gesso, e potrò finalmente vantare il quadricipite femorale sinistro dei sogni, di diametro pari a quello di Roberto Carlos. A fronte della gambetta destra di un bambino poliomelitico.

Sarò praticamente Rafael Nadal montato al contrario.

photo

 

In questo piacevole mese di carrozzina, ho scoperto che – almeno a Como e Torino – si sono fatti passi da gigante per risolvere l’annoso problema delle barriere architettoniche. E che quei pochi monumenti che ostacolano il cammino possono essere superati grazie all’aiuto degli amici.

Pertanto accettate questo piccolo, zoppo consiglio: almeno fino al perfezionamento della macchina del teletrasporto, teneteveli buoni, che senza di loro non si va da nessuna parte.

rat-man barriera architettonica

E visto che questo blog doveva essere in teoria un luogo ispirato da una certa qual vocazione informativa, vi segnalo il blog  di Fabrizio Marta alias Rotex, affetto da osteogenesi imperfetta ma soprattutto Cavaliere della Repubblica al merito (pensare che abbia condiviso questo titolo onorifico con un altro, ben più famoso “Cav” fa accapponare la pelle) per aver contribuito alla divulgazione dei diritti dei disabili e al turismo accessibile.

La photogallery di viaggi a due ruote sul suo sito è di una leggerezza rara, soave e bellissima.

In questo momento sta rotellando in Finlandia, e a lui va il mio pensiero.

Buon ferragosto a tutti!

Leave a Comment

Filed under Food for thought, Fotogiornalismo

“… as good evening sounds too depressing”

E’ stato l’attore della mia infanzia.

Avrò rivisto Jumanji dieci volte – mai abbastanza – e Hook – Capitan Uncino un numero forse ancora maggiore. Mi commuovevo in silenzio, sempre, perchè da piccolo mi vergognavo di piangere di fronte ai miei genitori, e trattenevo le lacrime.

Bastava già mio padre con quegli occhi lucidi sistematici, prevedibili, anche nel vedere Die Hard – Trappola di Cristallo.  

Mi ricordo arrivare ormai adolescente a casa dei miei zii – quelli con i primi televisori giganti, dolby surround, schermo che tende al piatto  – e notare quella VHS (una “cassetta”) di Jumanji posata sul mobiletto della TV. Chiesi se potevo vederla anche se mi consideravo già grande, e avevo ovviamente smesso da un pezzo di rivedere i film di quando ero piccino. Adolescente com’ero, mi sedetti e passai un pomeriggio a guardare quel ‘film per bambini’ – uno dei miei preferiti – forse per l’ultima volta.

Sull’onda emozionale dei telegiornali, questa sera ho deciso di vedere uno dei suoi capolavori che mi ero fin qui perso, Good Morning Vietnam. 

L’ho rivisto in inglese, con accanto mio padre. Durante questa scena – per lui assolutamente incomprensibile – rideva di gusto, felice, con gli occhi un po’ gonfi ma senza darlo a vedere.

Rideva senza neanche sapere il contenuto di quei dialoghi. Non importava: sono bastati la sua mimica, il suo tono di voce, le sue imitazioni a braccio, la sua espressione.

Accanto a mio padre, sono tornato a commuovermi.
Tutto d’un tratto, in quel momento, sono tornato il bambino di un tempo – pure io con gli occhi lucidi, ma senza più nasconderli, finalmente.

Leave a Comment

Filed under Uncategorized

Meme generator

Da questa foto pubblicata su Facebook con ironico citar di Kipling:

“Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te la perdono […] Tua sara’ la Terra e tutto ciò che è in essa, e quel che più conta sarai un Uomo, figlio mio!

10363938_10152119618477212_6480694703001865320_n

Quel genio del mio ex coinquilino ha tirato fuori una serie di meme da contemplare senza trasporto, con assoluto distacco.

1384000_10152107533886373_7581528988028763955_n 10304708_10152108024691373_7458983979825994252_n 10339583_10152107715126373_8226886138862633048_n 10347570_10152107691571373_1729013704416887561_n 10378913_10152107388371373_6819660216514355570_n 10390395_10152107530106373_7941185336860504836_n 10425165_10152107710561373_6355790724802626303_n 10469195_10152107541671373_6903123270445129712_n 10471426_10152107511836373_3873922206907764907_n

Leave a Comment

Filed under Uncategorized

Torino

«Torino non è una città simpatica, è anzi dura, aspra, esigente, è la città che dopo il tradimento di Villafranca fischiò gli alleati francesi che avevano vinto da soli a Magenta e lasciato tremila commilitoni sul campo di Solferino, che cent’anni dopo accolse nel gelo gli immigrati del Sud, ma è a suo modo generosa di sè: capitale d’angolo condannata a creare per il beneficio altrui, a costruire cose destinate ad andarsene. Per due volte in un secolo Torino ha fatto l’Italia, a San Martino e a Mirafiori, con i fanti e con gli operai, e per due volte l’Italia se n’è andata, la capitale a Firenze e poi a Roma, le fabbriche per una sorta di contrappasso al Sud.»

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 24 maggio 2004.

 

1 Comment

Filed under Uncategorized

Aggiornamento

E’ un sacco che non scrivo su questo blog. E’ addirittura la prima volta che uso l’interfaccia nuova di WordPress. Se avessi dei lettori, mi scuserei con loro.

Scrivo ora da Torino, città nella quale mi sono trasferito per un nuovo lavoro che mi lascerà probabilmente poco tempo per aggiornare con regolarità queste pagine.

Farò del mio meglio, scrivendo di ogni cosa interessante della mia vita online e offline – eccetto che di pallone .

Per esempio, da Facebook scopro un link ad un piccolo programmino che permette di calcolare quanto tempo della mia vita ho sprecato su Facebook (il cerchio si chiude).

facebook time machine

 

Ricordo ancora quel giorno, nella mia casa di studente a Bologna: da lì a poco sarei partito per l’Australia, dove avrei scoperto molte cose, tra cui l’avere una passione per scrivere roba corta, che non richiedesse la costanza certosina di un romanziere.

Da quel 23 giugno 2008 – mi stavo per laureare alla triennale – non mi è andata poi troppo male, se questo calcolo approssimativo è corretto. Nonostante passi sempre meno tempo su Facebook – il mio engagement rate è sprofondato, roba che dovrebbe far pensare gli studiosi di comunicazione dei media e gli stessi giornalisti quando condividono del contenuto online – e spesso, dicevo, mi scopra urtato dal dover rispondere a una notifica o ad un messaggio di chat che richiede la mia immediata quanto innecessaria attenzione, mi piace pensare  di averci guadagnato qualcosa, in questo scambio: ho consegnato volontariamente 24 giorni della mia vita – oltre a tutti i miei dati personali – e ci ho guadagnato molte risate, qualche amico e numerosi, interessanti spunti di riflessione. Poteva andarmi peggio.

Ho un po’ di insonnia, stasera.

Leave a Comment

Filed under Uncategorized