Questo me lo segno qui, che se no lo perdo.

E… appunti sugli appunti sugli appunti dall’ONA-TORINO.

Giorni un po’ frenetici, di cambiamento. Tornerò ad aggiornare il blog presto, lo prometto!

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Dovunque suoni la melodia, la nota blues è sempre iperlocale.

Il blues deve quella sua maniera seduttiva, malia sospesa e ipnotica, ad una nota: la cosiddetta  blue note.
Niente più che una diminuzione nella scala tonale, in fondo, ma che non esce più dalla testa.

Questa settimana sarò ospite per il secondo anno degli amici di VareseNews e del loro Festival GLocal.
Quotidiano online locale, VareseNews. Spesso e volentieri iperlocale.

Parli con gli amici, salta fuori l’argomento del giornalismo, e immediatamente pensi al grande pezzo del quotidiano nazionale, ai palazzoni romani, agli studi televisivi di Nuova Iorc, ai grandi documentari, o quell’altra casta, “che tanto sono tutti uguali, vatti a fidare“.

Nell’immaginario comune l’iperlocale è ignorato, diventa  una diminuzione nella scala tonale del giornalismo.
Non proprio inesistente, ma di sicuro ininfluente.

E poi un giorno scopri che, mentre su Twitter le grandi firme dei palazzoni milanesi e romani (tutti gran compagnoni) annuiscono e condividono con dozzinale esterofilia e un tantino di bile il grande progetto del New York Times – un giorno scopri che un amico giornalista coinvolge l’intera redazione del proprio quotidiano locale e iperlocale per un estenuante giro della provincia, dalla grande città alla più piccola delle frazioni, con l’obiettivo di ascoltare il respiro del proprio territorio, il richiamo dei propri lettori, il ritmo del proprio, piccolo mondo iperlocale. 

Quarta diminuita, seduttiva e ipnotica. In diretta, in tempo reale, senza possibilità di errore.
Pura improvvisazione (o quasi). 

Un ritmo blues, appunto, che le grandi firme dei palazzoni hanno smesso di sentire, ormai da anni.

Mentre da Londra, ombelico del mondo global, mi preparo a tornare per (re)imparare a suonare la dolce melodia del giornalismo iperlocale, ripenso a dove tutto è iniziato. 

milena libera milocca

 

Un blog di paese. Il mio paese, poco più di 2,000 abitanti, nel cuore della Sicilia.
Si chiama Milena.

Ho iniziato a scrivere proprio qui, mentre mi trovavo in Australia. A coinvolgermi fu mio zio Alfonso, il medico del paese (ma definirlo così sarebbe riduttivo). Negli anni, ho contribuito come potevo, da Londra dall’Italia dall’Argentina, a volte senza neanche prendermi la briga di inviar nulla, che tanto sapevo che lo zio sarebbe venuto a pescare le foto più belle dal mio blog, senza che lo avvisassi. Poi passano i mesi, e mi ricordo che senza questo piccolo esperimento di giornalismo partecipativo, fatto per tenere assieme una comunità di poche anime, vicine ma soprattutto lontane, io non sarei nulla, e non sarei certo qui ad annuire e condividere con dozzinale esterofilia link su Twitter, sperando segretamente di essere ammesso nel cerchio dei più fighi.

 

 

A settembre, Milena Libera ha toccato 5 milioni di visite.

Milena.Wordpress è un blog, dove i vari membri si scambiano opinioni, fatti, idee  e commenti su quello che accade nel mondo.

Un sito wodpress, un indirizzo email, una scheda “Proponi” e un’altra che recita “Iscriviti”.

Tutto qui.
Milena Libera, bellissima creatura, vieni letta e commentata in tutti questi paesi.

Un blog che è (non fa) comunità. Proprio come il #141tour di VareseNews.

Un blog collaborativo, fatto di storie, provocazioni, campagne, risate, vignette, foto di emigrati, commenti e polemiche.

Ci si riempie tanto la bocca di engagement, ma il vero coinvolgimento lo fa chi apre tutte le porte ai lettori, butta via i lucchetti, e scende in strada ad ascoltare il ritmo blues del proprio, piccolo angolo di mondo.

Mi piace terminare in sospensione, con una canzone tanto ascoltata mentre ero in Argentina, suonata da un mitico chitarrista di un altro mondo.

La mia dimensione iperlocale di allora, ricordata nella cosmopolita Londra, con la carta di imbarco per Malpensa e la testa alla Sicilia più profonda e più amata.   

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L’età pensionabile dovrebbe essere trent’anni.

Quanto mi ci identifico, di questi tempi.

Spectating has become a full-time job in and of itself— looking at other people’s LinkedIn pages, their Facebook page, their Wikipedia page— and now we judge ourselves too often by what we haven’t done, instead of what we have.

And so by age 30, if we haven’t done X, Y or Z, we’re left unfilled. There seems like there’s so much life out to be lived, and we’re called to it… whatever ‘it’ is.

[...]

Now, it’s almost assumed that whatever it is that you’re doing, you must love it. Otherwise you wouldn’t be answering email at midnight and sleeping with your phone in your bed.

So as you get older, and have spent years plugged into this matrix where everything is work work work— where your mind is never able to turn off— you age a lot. Maybe not in physical years, like in the sense that you’re 60. But you’re 30 and you’ve somehow managed to squeeze double the amount of work into that period of time.

You’re old. Mentally.

[...]

So being unsettled and wanting more out of life is not a millennial problem or a hipster problem or a ‘whatever new word marketers are using to describe young people’ problem. It’s really a problem of being ‘plugged in’ all the time, and never being given the freedom to shut off.

Because society has a problem with leisure. The idea of sitting around doesn’t sound sexy. Winners never quit. Go hard or go home. Always be closing. Or some shit like that.

Whatever.

You need a break. Just retire. Then start on something new. You may fail. But ultimately you’ll thank yourself later

 

Grazie a Paul Cantor, Medium. 

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Il MozFest: link e appunti utili per il giornalista/sviluppatore/visionario

Lo scorso weekend ho partecipato al Mozilla Festival a Londra, a cui ha già accennato anche PierLuca Santoro parlando di uno dei workshop in cui sono stato coinvolto, ovvero quello su come stabilire dei criteri di analisi qualitativa intorno all’engagement online dei lettori.

Cos’è il MozFest.

Una roba del genere. Un appuntamento nerdissimo organizzato da quelli del browser Mozilla (non Internet Explorer; non Chrome, quello figo; l’altro) che da tempo si spendono in lodevoli iniziative, tra le quali aiutare le redazioni in difficoltà mettendo a disposizione sviluppatori, tecnici, hackers e esperti di data analisi pagati per creare nuovi strumenti per fare giornalismo col compiuter.

Il tutto, ovviamente, in maniera OpenSource.
Coloro che sono stati a Perugia all’ultimo festival del giornalismo avranno familiarità con la faccetta barbuta e simpatica di Dan Sinker. C’era anche lui, al MozFest londinese.

Il tutto è stato molto, molto americano, anche per via degli accenti yankee ubiqui nel fantastico open space messo a disposizione in zona Greenwich, vicino alla O2 Arena. 

Tanti discorsi sul web libero, sul fatto che il web siamo noi, e noi siamo liberi, e in quanto tali abbiamo il dovere morale di accrescere e condividere il sapere comune con i nostri polpastrelli, sempre e comunque. Tanti applausi, tanti mac, tanti smartphones, ma soprattutto tanti laboratori e seminari divisi in percorsi – mobile, giornalisti, web fisico, comunità etc. – a cui era possibile accostarsi e partecipare. Ogni sessione di lavoro aveva un momento obbligatorio di presentazione, e uno di brainstorming.

 

Tutto molto democratico, per carità. Tuttavia, chi – come me – è andato per imparare qualcosa da qualcuno (sapienza passata dall’alto verso il basso, magister vs discipulus), ha avuto qualche perplessità, di quando in quando. (es. durante il workshop su come produrre soluzioni mobile per fare storytelling di comunità difficili da contattare/raggiungere, mi sono trovato a dover discutere del sentimento di invisibilità provato dalle prostitute nigeriane in Romania … e io che volevo fare codice!)

Forse noi italiani – o popoli europei – non siamo abituati a questo tipo di gestazione creativa, preferendo soluzioni di comodo tutto-e-subito, sperando di poter pendere dalle labbra di qualcuno invece che mettersi in gioco in una discussione che potrebbe prendere una direzione tortuosa e imprevista.

Ciononostante, questa forma mentis permette l’esistenza di eventi del genere, in cui le sinapsi si attivano e si creano sinergie creative. Poco spazio al pessimismo cosmico, o peggio, al complottismo istituzionale.

Ma veniamo a noi.

Cosa posso condividere.

In puro stile MozFest, butterò qui una serie di strumenti e links a caso, di modo che ciascuno di voi possa attingere a piene mani a seconda dell’interesse. Nessun ordine gerarchico.

  • - Mozilla ha presentato il progetto Webmaker, che include tra le altre cose Together.js , una libreria opensource Javascript che aggiunge strumenti collaborativi per creare prodotti per il web assieme ad altri utenti (immaginatevi qualcuno da San Francisco che vi aiuta in tempo reale mentre fate codice, un po’ alla Patrick Swayze in Ghost)  e Web Literacy Standard — una mappa di skills e competenze informatiche creata dalla community. Il motto, ovviamente, è quello di ‘insegnare’ il web;
  • - Ho scoperto, nell’ambito di Webmaker, due strumenti chiamati Popocorn Maker e Thimble per creare facilmente pagine web. Strumenti potenzialmente utilissimi anche per il giornalista, soprattutto per quegli illuminati che vogliono iniziare ad imparare da soli quello che altri potrebbero fare per loro (rendendosi, in una parola, indispensabili in una redazione). Thimble funziona come JFiddle, e serve a visualizzare HTML e CSS immediatamente mentre si fa codice. PopCorn Maker permette di creare mashups fra video, audio e immagini da embeddare su siti internet.
  • - Lo storytelling del festival è stato fantastico. Come ho twittato, c’era un’area apposta dedicata allo storytelling, e ogni sessione recava in dote un blocco note interattivo su cui prendere appunti collettivamente in tempo reale. Tutti gli appunti di tutte le sessioni sono disponibili nella sezione SCHEDULE del sito MozFest. Qui trovate il Tumblr ufficiale.

 

– Mentre imparavo come ‘misurare’ l’effetto della notizia, ho incontrato Steve Abbott che illustrava come il Guardian sfrutta le metriche in tempo reale per vedere la quantità di visite, shares, tempo in pagina etc. di ogni pezzo pubblicato sul sito. Lo strumento utilizzato si chiama ophan, sviluppato da quest’uomo;

– Mi sono iscritto a GitHub, nonostante non abbia ancora scritto del codice rivoluzionario che possa cambiare le sorti dell’umanità; sto facendo il sito a Valentina, la mia ragazza, ma questa è un’altra storia;

– Ho scoperto questo sito per trovare cose curiose sulla rete a seconda dei propri interessi: UpWorthy, consigliato da Abbott

– Ho re-incontrato il mio vecchio tutor alla City, che ora produce un CMS studiato per i giornalisti: sma.rte.st. Opensource, vi consiglio di scaricarlo se volete smanettarci un po’ (questo sito, TechCityNews, ha dietro smartest);

– Visualrevenue.com: suggerimenti in tempo reale su dove conviene posizionare le proprie storie, a seconda del momento e delle discussioni online. Permette  soprattutto di creare differenti titoli per la stessa storia da condividere online, di modo da ottenere più shares e/o engagement. Il titolo di una storia, infatti, ha più o meno efficacia a seconda che io lo legga  su Twitter, Facebook o sulla homepage di un sito: alcuni titoli stimolano la interazione, altri il commento, altri invece la semplice condivisione senza lettura. Visualrevenue ne prova diversi, in tempo reale, e li gerarchizza a seconda della efficacia.Screen Shot 2013-11-04 at 13.09.31

– Lumi.do: dategli fiducia una e una sola volta. Ispeziona la tua cronologia per poterti offrire un feed di notizie personalizzato basato sui tuoi gusti passati; 

– Ho imparato a fare la mia prima web app da solo (c’è stato anche un workshop su mobile webdesign offline, con quelli di http://hood.ie, le cui note sono disponibili qui)

MOBILE STORYTELLING FOR HARD TO REACH COMMUNITY 

Ho scoperto il progetto QUIPU per permettere alle donne delle più inaccessibili comunità peruviane di raccontare le storie individuali sulla barbarie della sterilizzazione forzata (anni ’90). Come? “By combining both low-tech (mobile) and high-tech (VOIP) technologies, Quipu will record and distribute personal oral histories, alongside an audio-based interactive platform connecting this living documentary to the rest of the world.

Ne parlerò più approfonditamente in questa sede.

– Ecco come fare a costruirsi la propria app mobile e metterla a disposizione sul Mozilla Store, e alcune utilissime librerie per web design e fonts.

– Sono venuto a conoscenza di Tabletop.js. Cos’è?Imagine it’s a read-only, JavaScript CMS that you can edit through Google Docs. It’s like Christmas up in here. Con Tabletop.js, si possono fare cose del genere.

contextual video player with popcorn.js by @maboa

The WNYC mayoral tracker uses Tabletop along with Backbone.js

Facebook-esque timeline from Balance Media (with a git repo)

Mapsheet creates super easy, customizable maps.

Infine, per gli amanti delle presentazioni facili facili, senza troppo codice o nerdaggio, ecco un slid.es dei fondamentali attrezzi nella cassetta di ogni giornalista digitale. 

Forse la cosa più facile da fruire, al volo.

BUM!

Detto questo, direi che mi sono guadagnato un badge per aver contribuito a ‘ridefinire il futuro della rete’. O forse no.

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Riportiamo Devis a Casa

Devis era un mio amico.
Devis aveva 33 anni.
Devis è morto martedì.

Nel 2008 si era trasferito da Chiampo, paese in provincia di Vicenza, a Londra, città che lo ha adottato come pizzaiolo e dove da allora viveva.

Da qualche settimana lamentava perdite di memoria, dislessia, raccontava di essersi perso in zone che conosceva molto bene e diceva di percepire il mondo in modo diverso. Domenica 20 Ottobre, a causa di forte mal di testa lo abbiamo accompagnato al Royal London Hospital dove è stato ricoverato. In una settimana, dopo essere stato posto in coma farmacologico e aver subito un’operazione, e’ stata dichiarata la morte cerebrale. Il tumore era troppo aggressivo e non è stato possibile operare o intervenire in alcun modo.

La sua famiglia ha deciso di donare i suoi organi, salvando così la vita di almeno altre 5 persone.

Ora i familiari si trovano a dover fronteggiare i costi per riportare Devis a casa in Italia, per non avere il figlio sepolto a migliaia di chilometri di distanza. I costi sono ingenti, almeno 1800 sterline, senza calcolare i costi successivi di funerale e sepoltura.

Aiutateci ad aiutarli. Qualsiasi donazione, anche anonima, può fare la differenza.

Si può donare tramite PayPal o, per tutti coloro senza un account paypal, anche via carta di credito o trasferimento bancario.

Come? Se finite su Paypal, vedrete l’immagine di tutte le carte con scritto Don’t have a PayPal account? Use your credit card or bank account (where available). Continue

UPDATE
Londra, sabato 2 novembre, ore 18,36 

CE L’ABBIAMO FATTA. MA E’ SOLO L’INIZIO! 

A poco più di un giorno dal lancio dell’appello per le donazioni, abbiamo già superato la quota prefissata. Grazie all’aiuto di tutti voi, Devis potrà finalmente riposare vicino ai propri cari.

Screen Shot 2013-11-02 at 18.22.02

Ci sono ancora cinque giorni di tempo per donare. Molte persone ci hanno scritto dicendoci che il loro contributo deve ancora arrivare: il passaparola per questa buona causa continua, travolgente, e non si ferma certo ora che il primo obiettivo è stato raggiunto.
Vediamo dove arriviamo, ormai non ci poniamo più alcun limite: chissà che non riusciamo, tutti assieme, a coprire anche i costi del funerale in Italia.

GRAZIE A TUTTI, SIETE SPLENDIDI. 

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Se non avete ancora joinato Tuitter: spicciateve.

Ecco come il vice presidente del Senato della Repubblica Italiana Gasparri risponde in privato su Twitter.

E’ una storia vera. Chiedete a Tullio Bagnoli.

gasparri tweet tullio bagnoli

 

“mi ha seguito, insultato, disseguito..”

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Questo me l’ha inviato un grande amico, ed è proprio quello che ci voleva stamattina.

Ha la barba lunga di settimane, lui che di solito non la lascia crescere nemmeno un millimetro più del dovuto, lui che ti accoglie in piedi dopo una chemio perché non gli piace farsi vedere debole, lui che quando i medici dicono “gli rimangono dieci, forse venti giorni” nessuno riesce a crederci davvero.

“Devi farti la barba”, gli dico. I suoi genitori mi hanno chiesto di convincerlo: secondo loro si sentirebbe meglio, e conoscendolo lo credo anch’io.

“È davvero l’ultimo dei miei pensieri”, mi risponde, cercando di non avere un tono duro. È un patto solamente tra noi due, un patto di cui non abbiamo mai parlato ma in vigore da settimane: io continuo a fare lo spiritoso come se questa non fosse l’ultima stanza dove ci vedremo. Se poi incontro un momento sbagliato, lui non me lo fa pesare.

“Non è per te, è per la clinica”, insisto. “Dice che stanno fioccando recensioni negative su Tripadvisor…”

Gli strappo un sorriso, che grazie alla complicità di Filippo si trasforma quasi in una risata. Poche persone al mondo sono preziose quanto Filippo, soprattutto in questo momento: è lui a gestire chi entra e chi esce, a interpretare i piccoli segnali di insofferenza di suo fratello quando una visita si protrae troppo a lungo o semplicemente quando un collega di lavoro ci sta annoiando da ore, dopo aver portato una scatola di cioccolatini che Federico non può mangiare.

Oggi possiamo entrare soltanto noi: il blocco intestinale si è aggravato. Federico ha chiesto di rimanere solo col medico, poi dopo un’ora ci ha fatti chiamare e ha detto: “da adesso non posso nemmeno bere. Stasera quindi ci facciamo un ultimo brindisi. Il dottore ha detto che è una cazzata, e me lo sconsiglia”.

“E quindi?”, ha domandato Filippo.

“E quindi il dottore se ne farà una ragione. Voglio bere un ultimo bicchiere con voi e questa cosa non è negoziabile”.

Continua a leggere qui.

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Il Mozilla Festival a Londra

Questo weekend sarò al Mozilla Festival a Londra.

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Una serie di workshops in cui coders, designers, innovatori, giornalisti si trovano assieme e rilasciano creatività. Come si legge sul sito, ognuno potrà partecipare alla narrazione del festival anche attraverso questo blocco note pubblico su cui fare brainstorming durante i seminari e i laboratori. Ne trovate uno proprio qui sotto.

Ovviamente, tra un seminario e l’altro twitterò. Il mio liveblog italiano (oltre a quello in inglese sulla home del festival) è il posto in cui potrete trovare più approfondimento, interviste al volo che mi capita di effettuare col cellulare, i progetti più interessanti e il risultato dei workshops e seminari, in tempo reale. Su Twitter, invece, pensieri estemporanei e tanto networking.

Per chiunque non riesca a pasare di qui, questi i canali ufficiali del festival:

Homepage di MozFest: liveblog ufficiale con ScribbleLive.
Twitter: #MozFest @MozillaFestival
Blog: mozillafestival.org/blog
Tumblr: mozillawebmaker.tumblr.com
Flickr: photos taggate #MozFest

Finito il tutto, vi dirò cosa è stato il MozFest per me. Mi aspetto grandi cose.

Stay tuned. 

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Un diagramma dei media, oggi.

La storia? Nessuna storia. Solo una esilarante galleria fotografica dei visitatori di una casa infestata ad un parco giochi in Canada.

Una roba dal potenziale virale altissimo.

Come sostiene un mio collega:

Siamo lieti di presentarvi, in esclusiva, la complessa mappa dell’arco vitale di una storia, e di come questa finisca sugli schermi dei nostri smartphone.
Ovverosia: i media, oggi.

Reddit > Buzzfeed Guardian or other respected news site > everyone else

Controllate le cronologie di ogni singola storia, per capire di cosa parlo.

Se vogliamo aggiungere un elemento di complessità ulteriore, possiamo rappresentarla così:

Us > Social media > Reddit > Buzzfeed > Respected Media > Everyone else
 
                          |                   |                    |                      |                     |
 
                             Us               Us                   Us                   Us                 Us

 

Grazie Robin per la perla.

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Innovazione e partecipazione in scala iperlocale: la lezione inglese.

Avevo già parlato in passato del buon stato del giornalismo iperlocale – almeno nel Regno Unito.

Riferendosi al contesto britannico, una ricerca della fondazione NESTA (National Endowment for Science, Technology and the Arts) aveva infatti evidenziato come  il consumo di informazione iperlocale fosse cresciuto in maniera esponenziale,  sistematica e capillare soprattutto grazie alla diffusione degli smartphones.

Rieccoci dunque a parlare di NESTA. La charity inglese si occupa, tra le altre cose, anche di finanziare alcuni progetti (10) di comunicazione in scala minuscola: questi vengono monitorati, e periodicamente valutati sulla base di parametri che analizzino l’efficacia dell’investimento economico operato in relazione agli obiettivi dichiarati in sede di presentazione del progetto (in collaborazione con il Welsh Government e Creative Scotland).

NESTA destination local

Il programma di sostegno dell’informazione iperlocale – al fine di creare dei case studies da analizzare per trarre delle conclusioni empiriche – si chiama Destination Local.

A pochi mesi dall’assegnazione dei fondi e dal lancio dei progetti , NESTA traccia il primo bilancio, comunicando come stanno andando le cose agli assegnatari dei fondi  – fino a £50,000 per progetto (vengono esaminati i dati dei primi mesi di esperimento, dal febbraio al maggio 2013).

Le conclusioni sono interessanti, anche in chiave italiana: 

- Iperlocale, innanzitutto, è definita un’offerta di notizie che serve una singolo paese, codice postale o comunità geografica e culturale riconoscibile e delimitata;

– I media iperlocali tendono a operare in un contesto per il quale esistono significativi vuoti o lacune a livello di analisi del mercato. Questo è per lo più frammentato, rendendo difficile la raccolta di dati sulla scala e la natura della domanda (e del consumo di notizie) o contenuto iperlocale;

– Ciascuno dei progetti finanziati sfrutta le tecnologie mobile-friendly per la distribuzione dei propri servizi informativi, come contenuto e pubblicità geo-localizzati  (geotagging).

Screen Shot1

Alcuni dei progetti hanno sviluppato applicazioni mobile native, mentre altri hanno optato per un più mobile friendly HTML5 e combinano la possibilità di localizzare geograficamente il telefono, assieme a foto e video camera, per offrire agli utenti una esperienza definita come augmented reality, realtà arricchita.

NESTA hyperlocal media

 

POST GEOLOCALIZZATI SU FACEBOOK ATTRAGGONO AUDIENCE MAGGIORE

A tale proposito, una ricerca NiemanLab mostra come l’oscura feature offerta da Facebook per la geolocalizzazione dei contenuti possa generare più traffico su uno specifico argomento rilevante per una specifica comunità di individui.

In pratica è possibile scrivere un aggiornamento di stato inerente alla città di Milano (o Boston, come nell’esempio offerto da NiemanLab) di modo che solo utenti che si connettano da Milano (o Boston) e dintorni possano visualizzarlo. Tecnicamente è molto semplice: basta selezionare l’opzione segnalata con l’apposita iconcina di determinazione geografica  Screen Shot 2013-10-03 at 16.36.27 prima della pubblicazione di un post sulla propria pagina Facebook.

Per monitorare l’engagement dei lettori sulle storie condivise su Facebook a seconda della geolocalizzazione, il team di NPR di cui si parla nell’articolo ha utilizzato Facebook Insights, andando a scoprire se il numero di likes, condivisioni o commenti differisse qualora la storia andasse a toccare interessi geografici specifici o nazionali.

Ovviamente, postando una storia visible solo ad un numero minore di utenti, il numero di likes, condivisioni e comment era alto ma non comparable con il volume registrato per store di carattere nazionale. Utilizzando i dati ottenuti da Facebook Insight, tuttavia, si è scoperto che l’engagement del lettore era sensibilmente più alto: in percentuale, un numero maggiore di persone rispetto al totale hanno condiviso, commentato o espresso un giudizio sulla storia postata.

Un coinvolgimento digitale sei volte maggiore, per essere esatti. 

As is clear for these specific stories, the local post outperformed the global post in relative engagement across likes, shares and comments. After noticing this same trend for other individual posts, we wanted to know if this was the case more generally across local posts, so we rounded up the full body of posts and did the math. We found that during the first four months of this experiment, the average engagement rate across all geofocused post was six times higher than all global posts.

Tornando alla ricerca da cui eravamo partiti, alcuni dei servizi che hanno ottenuto i fondi NESTA riescono ad  generare grandi quantità di traffico rispetto alla popolazione dell’area interessata, soprattutto grazie all’utilizzo dei social media. Tutti coloro capaci di offrire feeds multimediali ricchi in contenuti video hanno attratto l’utente per un arco di tempo maggiore – in aggiunta, sono premiati dagli utenti quando in grado di offrire grandi quantità di contenuto in maniera costante (più elementi, quotidianamente).

Da qui si evince l’importanza di essere in grado di produrre flussi di contenuto multimediale (testo, audio, video, social… un liveblog, insomma) con naturalezza, proprietà di linguaggio e regolarità. L’occasione che diventa norma.

mobile first hyperlocal

SOLDI SOLDI SOLDI SOLDI SOLDI … MONETINE! 

Al momento di pubblicazione dello studio, nessuno dei prototipi presi in esame è stato in grado di trarre profitto in maniera significativa. Il modello di business per cui si è optato, in tutti i casi, è stato quello della pubblicità, ma vendere online ads non  certo facile. Alcune ricerche NESTA effettuate in passato hanno mostrato come piccoli business locali abbiano poco o scarso interesse nell’investire in pubblicità su siti iperlocali. Al contrario, la carta sembra ancora attirare di più dell’online (due progetti, Kentishtowner and Hebe’s the City Talking, hanno effettivamente lanciato la propria edizione cartacea).

Molta è stata la sperimentazione intorno a pagamenti contact less, via codici QR, voucher promozionali esclusivi offerti via telefonino al check-in in un piccolo negozio etc.

While the integration of location–based or hyperlocal advertising and the point of sale remains nascent for many small businesses, there may be exciting opportunities for hyperlocal content providers to get involved and this may provide an additional way of promoting hyperlocal services to audiences.

La produzione e l’approvvigionamento di contenuto è sempre la più grossa voce nel capitolo spese, mentre la componente tecnologica ha un impatto economico sensibilmente minore. L’uso di framework di lavoro e tecnologie open source (FOSS), oramai estremamente efficaci, affidabili e dal carattere collaborativo (PhoneGap, MIT App Inventor, Linux, Apache, MySQL, LAMP, Django, Ngix) aiuta a ridurre sensibilmente i costi di sviluppo senza nulla togliere alla qualità. Una scelta che “fa decisamente più figo”, aggiungerei.

Un sito internet iperlocale gestito su base volontaria può costare anche £100 all’anno, mentre per una cosa un po’ più professionale ci si aggira su una cifra che va dai  £30,000  fino anche ai £100,000 all’anno, a seconda degli impiegati assunti (“we believe that it is possible to run a video–rich hyperlocal news service for around a minimum of £30,000 a year“).

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Il mondo della notizia iperlocale è ancora un settore fragile, in cui c’è molta poca disponibilità da parte degli utenti a pagare direttamente per le notizie ricevute (“Only one project (Papur Dre) is seeking to monetise their online service through a subscription model”), e in cui non si è ancora sviluppato un modello di business sostenibile, ma i margini di miglioramento ci sono e fanno ben sperare.

I media iperlocali dovrebbero cercare partnership commerciali ed editoriali con media regionali e nazionali e, allo stesso tempo, cercare di associarsi le une con le altre per rinforzare la propria forza e posizione nel mercato.

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UN GIORNALISTA MULTI-SKILL 

Alcuni progetti hanno sperimentato fonti alternative di reddito – alternative alla pubblicità, intendo – come contenuto sponsorizzato, notifiche a pagamento, listings in vendita o pubblicità video. Se da un lato l’assunzione di personale qualificato nel settore vendite può aiutare la crescita dei profitti pubblicitari, liberando preziose risorse da dedicare alla parte editoriale, richiede un costo sensibilmente maggiore. Puntare piuttosto su un giornalista che conosca bene l’area in cui si muove e sappia come coprire il costo della propria attività sembra invece essere la scelta vincente. 

L’ IMPORTANZA DI CONOSCERE BENE IL PROPRIO SEGMENTO DI PUBBLICO 

Un progetto, chiamato Our Town, ha optato per lo sviluppo di un sito responsive in HTML5  invece che di una vera e propria app perché una ricerca di mercato effettuate previamente ha mostrato come nonostante la penetrazione di smartphones nell’area fosse un fatto assodato, l’adozione di piano tariffari fissi per il traffico dati fosse ancora sotto la soglia auspicata, cosicché la scelta è caduta su una soluzione che potesse funzionare contemporaneamente su computer fissi, smartphones e tablets.

Il dibattito fra coloro che preferiscono HTML5 e apps native non è confinato solo al mondo locale e iperlocale: il Financial Times è passato dall’avere una app a HTML5 nel 2011. Il responsabile della produzione digitale a FT.com ha dichiarato, in merito:

“I challenge anyone to tell the difference between our HTML5 app and a native app. There is no drawback to working in HTML5, and there are lots of advantages.”

MISURARE IL SUCCESSO DI HYPERLOCAL MEDIA

  • Percezione del servizio come di pubblica utilità (soprattutto per no-profit e media con supporto statale);
  • Volume di contenuti prodotti – molti dei progetti riportano la pubblicazione multiformato di oltre 1,000 storie al mese, inclusi quei tipi di contenuti commissionati ad hoc. Alcuni di questi hanno scelto di non mettersi in competizione con i siti di notizie già preesistenti, ma di specializzarsi in una sola tipologia di offerta;
  • Community Engagement – specialmente con altre organizzazioni (anche mediatiche) già attive nella comunità di riferimento. Sviluppando questo tipo di partnership, i progetti coinvolti nello studio sono stati in grado di mettersi in contatto con piccoli business locali al fine di monetizzare gli sforzi editoriali. In questo caso, il rapporto off-line, faccia a faccia, svolge un ruolo ancora fondamentale (si veda l’esempio del #141tour di VareseNews, in cui il giornalista torna in strada in ascolto del territorio grazie alle moderne tecnologie di pubblicazione real-time).

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They believe this combined online and offline activity secured a better financial settlement

L’impegno quasi filantropico e comunitario di questi progetti sul territorio crea un circolo vizioso, permettendo ai lettori di entrare in connessione con i politici della propria contea/area geografica; ai giovani (e adulti) di avere opportunità di formazione su nuove tecniche e strumenti altrimenti inaccessibili (in cambio della produzione attiva di contenuto per il progetto) e alle autorità di comunicare con elettori e cittadini attraverso canali non certo convenzionali, ma ad alto tasso di engagement.

I media iperlocali, in Inghilterra come in Italia, si trovano davanti alle grandi sfide della monetizzazione dei servizi digitali offerti e alla parallela acquisizione e ritenzione di una comunità (anche nuova) di utenti. Il modello pubblicitario non funziona neanche a livello locale e iperlocal, e deve essere sostituito da una più flessibile strategia di business che operi di concerto con l’azione editoriale. NESTA raccomanda pertanto l’attivazione di partnership strategiche orizzontali, fra i piccoli pesci che nuotano nel vasto oceano dell’informazione locale, ma anche verticale, con operatori del mercato regionale e nazionale.

The Destination Local projects demonstrate the potential for hyperlocal organisations with shared values to work together for mutual benefit. For example, Greener Leith and the Broughton Spurtle’s partnership has allowed them to save on the cost of developing two separate apps from scratch from their neighbouring area.

The advantage to traditional local media in partnering with existing hyperlocal providers is the ability to leverage their established connections in the community, in addition to potential cost savings. Such partnerships must be mutually beneficial in order for them to be sustainable.

Flessibilità editoriale, tecnologica e a livello di marketing, unita a una maggiore collaborazione multi-piattaforma (fra apps, siti, database, servizi di geolocalizzazione etc.): queste le cose di tenere a mente. Due pilastri su cui riformare il castello dell’informazione iperlocale che non possono prescindere dall’ascolto del territorio e lo scambio costante con le associazioni di categoria locali. 

Una lezione forse scontata, ma vale la pena sentirsela ripetere, e sapere che i problemi che affliggono i media locali (e non) sono cross-border, valicano i confini, e così pure le possibili soluzioni.

** Le ascolteremo dalla viva voce di Jon Kingsbury, direttore del progetto NESTA Creative Economy Innovation Partecipation, al prossimo Festival Glocal13 di Varese, il 15 Novembre alle 14,30 **

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Infine, come bonus track, questa infografica condivisa dal team di Spundge sui tipi di contenuto locale che attraggono più engagement:

 

 

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