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Colombia, Medellin: dall’incubo narco al sogno dello sviluppo

Città in fermento, perla turistica e centro degli affari, la città che debbe la sua fama e il suo martirio al narcotrafficante Pablo Escobar, oggi è irriconoscibile. La rivoluzione di 20 anni, raccontata dal sindaco che visse in prima linea la guerra con il crimine organizzato

 
 
Quasi vent’anni fa – era un caldo dicembre del 1993 – moriva il più famoso narcotrafficante del mondo, Pablo Escobar. Moriva fuggitivo, leggenda, sui tetti della sua città, Medellín, allora considerata la più pericolosa del mondo, la capitale della droga. Oggi, quando chiedo al giovane Julian — 25 anni e un lavoro come consulente per la cooperazione internazionale al municipio di Medellin — come si chiama il nuovo capo del cartello della città, non sa rispondermi. Alza le spalle, dubbioso. «Penso non ci sia più una banda grande come una volta. Sono tante e piccole, ora. Ce n’era una chiamata Los Urabeños però hanno appena arrestato i due capi. Di più non so».

Le cose sono cambiate. Come recita un noto spot turistico colombiano, a Medellín l’unico rischio è quello di voler restare per sempre. Immersi tra le sue verdi montagne, in un’eterna primavera tenacemente ritrovata. Oggi del sangue di Pablo Escobar sui tetti di Medellin rimane solo un celebre dipinto di Botero, esposto all’omonimo museo cittadino. E, ovviamente, l’ennesima, popolarissima serie televisiva. Nessun museo, nessun tour turistico, nessun monumento – e ci mancherebbe altro. Solo i racconti della gente, tra incanto e disincanto.

Abbiamo chiesto a Omar Flórez Vélez, l’ultimo sindaco di Medellin dell’era Escobar (1990-1992, quando ancora gli alcaldes della città rimanevano in carica solo per un paio d’anni, e scorta e attentati facevano tutti parte del pacchetto), come il fiore-Medellin, quello che il narcotraffico aveva rischiato di danneggiare per sempre, sia riuscito a rinascere dalle sue stesse ceneri.

«Lo scenario era estremamente incerto, la popolazione era terrorizzata dall’azione delle autobomba come quelle che oggi si vedono in Siria o Afghanistan. In quel momento, era la città più pericolosa del mondo. I media diffondevano quest’immagine a livello internazionale e il cartello aveva un atteggiamento di sfida costante verso le istituzioni», racconta l’ex sindaco, eletto negli anni successivi senatore della Repubblica e parlamentare.

«Il problema non era Pablo. Morto lui, appaiono altri Escobar, nonostante tutta la politica repressiva del mondo. Nella polizia è stato messo in atto un meccanismo importante di pagamento e ricompensa, nonchè di epurazione della forza pubblica corrotta. Parallelamente, sono stati avviati programmi di tipo sociale, nell’idea che i problemi sociali richiedono risposte sociali, non di polizia», prosegue Flórez Vélez, seduto al tavolo della sua villetta del Poblado una calda notte d’estate – che poi non vuol dire nulla, visto che a Medellin è estate tutto l’anno.

… continua a leggere sul sito di PangeaNews, su cui é stata pubblicata questa intervista in esclusiva.

Medellin, da Escobar alla dolce vita

Quasi vent’anni fa – era un caldo dicembre del 1993 – moriva il più famoso narcotrafficante del mondo, Pablo Escobar. Moriva fuggitivo, leggenda, sui tetti della sua città, Medellín, allora considerata la più pericolosa del mondo, la capitale della droga. Oggi, come recita un noto spot turistico colombiano, a Medellín l’unico rischio è quello di voler rimanere per sempre tra le sue verdi montagne, immerse in una eterna primavera tenacemente ritrovata.

SPLENDIDA, DINAMICA FENICE. Il fiore che il narcotraffico aveva rischiato di danneggiare per sempre è rinato dalle sue stesse ceneri. Non poteva che essere altrimenti: il destino di Medellín sembra essere da sempre quello della bellezza. Immaginatevi una città incastonata fra le montagne, alla giusta altezza sul livello del mare per essere fresca e al contempo accarezzata dal caldo sole d’altura; temperatura media di venticinque gradi, quella giusta, tutto l’anno, niente stagioni; una vegetazione rigogliosa, baciata dai colibrì e benedetta dalla frutta tropicale più buona; gente calda, amabile, bianca, nera o mulatta ma comunque bellissima (questa perfezione geotermica ha prodotto uomini affascinanti e donne floride); piatti tipici ricchi e abbondanti, dove l’avocado e il platano si mescolano concordi con carne e riso come le diverse razze umane fra le caotiche strade del centro.

CENT’ANNI DI SOLITUDINE. Tutto questo è Medellín, seconda città della Colombia con i suoi tre milioni di abitanti, epicentro commerciale, industriale ed edonistico del paese, leader della manifattura, del tessile e della moda. Una metropoli consapevole di sé stessa, che ha scalzato la capitale-rivale Bogotà nell’indice globale di competitività del paese (fonte: Observatorio Economico del Caribe) e in cui, secondo dati pubblicati sul quotidiano El Tiempo, il 70% degli abitanti crede si possa crescere ancora nei prossimi quattro anni. Alla faccia della crisi mondiale. Si dice da queste parti che il Nobel colombiano Gabriel García Marquez, allora reporter d’assalto del quotidiano medellinense El Espectador, abbia tratto l’ispirazione per la sua più geniale creatura, l’immobile pueblo dell’eterno ritorno di Cent’anni di solitudine, da uno dei bellissimi paesini coloniali del departamento di Antioquia, di cui Medellin è capitale. Vere e proprie nature morte a pianta regolare, chiesa e piazzetta antistante, immerse tra verdi colline, laghi e piantagioni di caffè.

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In festa nello sperduto Perù delle Ande

Una piccola comunità a 3400 metri d’altezza. Che non dimentica gli orrori della guerra. Ma sa divertirsi con una gara tra porcellini d’India. Il mio reportage per OggiViaggi.

Alcuni lo chiamano turismo responsabile. Altri, anticonformismo a tutti i costi. Una sola è la certezza: abbattere le barriere tra viaggiatore, viaggio e ‘viaggiato’ non solo è possibile, ma anche relativamente facile.

Per dimostrarlo, ci siamo persi nel Perù più rurale a ballare musica andina con delle mamacitas locali in una sperduta comunità a 3400 metri d’altezza; abbiamo condiviso con esse oscure bevande di mais fermentato o stufati di agnello appena sgozzato; abbiamo partecipato a una entusiasmante consueta corsa di porcellini d’india e ci siamo finalmente addormentati, esausti, in una casa di fango e paglia.

Artigianato, pentoloni ripieni di zuppa e il ricordo commosso di chi fu ammazzato dai guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso o, per rappresaglia, dalla milizia: tutto questo, e oltre, è stata la V Feria Agropecuaria, Gastronomica y Artesanal di Llinque, remoto angolo di mondo da novanta famiglie, fieramente arroccate sulle Ande a otto ore da Cusco.

 

I DUE OCCHI TRISTI DEL PERU

Siamo partiti alle cinque del mattino da Abancay, capoluogo del distretto dell’Apurimac, una delle regioni più falcidiate dalla sanguinosa guerra civile, quella fra guerrilla e stato, che ha  annientato almeno un paio di generazioni a partire dagli anni ‘80.

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Comprare il letto su cui ha dormito Bolt

Le olimpiadi smobilitano e il sito Remains of the Games offre l’opportunità di portarvi via una sedia, un tavolo, un pezzo di gamba o di piede dal villaggio olimpico.

remains of the olympics

Un po’ ricorda i ratti dei London Riots dello scorso anno, anche se con tutt’altro spirito de Cubertiano: un’aura di eburnea legalità aleggia intorno a questo saccheggio feticista. Legalizzato e online.

Se siete fortunati, potrete trovare le macchie olimpiche dell’after-party di Bolt e delle tre proverbiali svedesone.

Uchpa!

Ci sono cose che hanno il potere di allontanare la tristezza, anche se solo per un po’.
La musica è una di queste.

Gli Uchpa sono una band peruana di rock, blues e progressive, il tutto in lingua quechua. Vengono dalla regione montagnosa dell’Apurimac, territorio impregnato dal sangue dei suoi schivi e riservati campesinos, massacrati da Sendero Luminoso e dall’esercito a migliaia, durante “il conflitto” scoppiato negli anni ’80. Suonavano negli anni ’60 e suonano oggi che i contadini iniziano, poco a poco, a tornare a casa, sulle loro montagne, lasciando le gabbie urbane in cui erano stati costretti dalla violenza di stato e controstato. Furono gli anni dell’esplosione di Lima.

Vedere gli Uchpa dal vivo è qualcosa di poderoso. Freddy Ortiz, il cantante, si muove sul palco spiritato, in costume e cappello tradizionale che Jamiroquai gli fa una pippa. La sua spalla, Juan Espinoza, non smette un attimo di ballare. Fa solo quello, che Mangoni gli fa una pippa (nonostante idolatri il notorio architetto milanese). Rock e ande, blues e flauti, power chords e tijeras.

Il rombo lontano del Perù alla ricerca del suo contraddittorio futuro.